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Giovanni Dellea e la sua preziosa radiolina: una storia di ben 50 anni fa

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Giovanni Dellea nella sua casa di Portoferraio

In Piazza Cavour, nei due chioschi che si fronteggiano ai lati della Porta a Mare, per anni hanno svolto la loro nobile attività due edicole al servizio di due distinte clientele. Per usare categorie ideologiche che – a dispetto di chi le ritiene un reperto novecentesco – mantengono ancora tutta la loro validità, l’edicola di destra, entrando dalla Calata per il centro storico, era per lo più frequentata dalla piccola e media borghesia cittadina che si riconosceva nei partiti del centrodestra, mentre quella di sinistra era, al contrario, il punto di riferimento del popolo – insegnanti, operai e qualche artigiano – cosiddetto di centrosinistra.

Quest’ultima la gestiva un amabile signore proveniente dalla Capitale, fondatore e a lungo presidente della Confesercenti locale e successivamente anche assessore al commercio in una giunta a maggioranza comunista e socialista. L’uomo giusto per fare da contraltare al collega del chiosco dirimpettaio, con il quale si era stabilita una tacita tregua, salvo darsi ogni tanto qualche occhiata in cagnesco, soprattutto quando qualcuno dei tradizionali clienti dell’uno passavano, per una qualsiasi ragione, ad acquistare il giornale dall’altro.

Giovanni Dellea, ancora vivo e vegeto e a cui vanno i nostri migliori auguri di lunga vita, era il titolare del chiosco di sinistra, persona simpatica, gioviale, prodigo di barzellette e battute sagaci, ma non per questo meno serio, scrupoloso, preciso e ordinato nelle sue cose, talvolta in maniera forse eccessiva, quasi maniacale, fino a conservare oggetti o capi di vestiario oltre la loro naturale usura, quasi identificandosi con essi ed esponendosi così alla facile ironia degli amici.

Fra una chiacchiera e l’altra e la vendita di un quotidiano, Giovanni era solito accendere, fin dalle prime ore del mattino, una radiolina a transistor, un po’ malandata e vecchiotta, per ascoltare musica ma, soprattutto, le notizie del giornale radio, che poi amava commentare con gli amici di passaggio. Quella radiolina era un’altra testimonianza dell’abituale e proverbiale parsimonia del suo proprietario. Perennemente gracchiante, con le manopole che ogni tanto si allentavano per cadere sul pavimento o confondersi in mezzo ai giornali, le pile tenute a pressione con un doppio giro di un robusto elastico, certamente una delle prime radioline a transistor apparse in Italia alla fine degli anni Cinquanta che Giovanni aveva acquistato chissà dove, a poco prezzo, di seconda o anche di terza e quarta mano. Una specie di archeologia elettronica, tanto per intendersi.

Ma Giovanni era affezionato a quella radiolina, come fosse per lui un oggetto raro e prezioso, tanto che la sera, chiudendo il chiosco, se la portava a casa per il timore che potessero rubargliela.

Una mattina d’estate – era il 21 agosto del 1968 – accadde un episodio piuttosto singolare. Fra i clienti estivi in vacanza nell’isola che frequentavano l’edicola di Giovanni vi erano personaggi noti e meno noti della politica e della cultura nazionale, scrittori, artisti e anche giornalisti, e fra questi Felice Chilanti, ex direttore de lOra di Palermo e di Paese Sera ed ex vicedirettore de L’Unità, autore di coraggiose inchieste, in particolare sulla mafia dei corleonesi, da cui subì un attentato uscendone vivo per miracolo, e sui crimini compiuti dallo stalinismo in Unione sovietica, che lo indussero, dopo i fatti d’Ungheria del 1956, a lasciare la tessera del Pci in contrasto con la direzione del partito che si era schierato dalla parte degli invasori.

Quella mattina, già inondata di sole in una piazza che si stava pian piano animando, Felice Chilanti, appoggiato al bancone del chiosco com’era di sua abitudine, stava leggicchiando L’Unità in attesa di ascoltare le notizie del giornale radio delle otto dalla mitica radiolina di Giovanni, per poi commentarle con il suo amico edicolante. Ma ecco che, durante il notiziario, ad un tratto la voce del radiocronista cambiò tono per annunciare, con voce concitata, un’edizione straordinaria: “Questa notte i carri armati sovietici sono entrati nella capitale cecoslovacca mettendo fine alla primavera di Praga e alla speranza dell’avvento di un socialismo dal volto umano. Il Parlamento, riunito sotto la presidenza di Alexander Dubcek, denuncia l’atto di violenza internazionale in contrasto con i principi degli accordi di alleanza…”.

Fu un attimo, il tempo che consentì a Chilanti di impossessarsi della radiolina, portarla istintivamente all’orecchio per avere conferma di quanto aveva da poco udito e poi lanciarla con quanta forza e rabbia avesse in corpo sul selciato di pietra rosa di Piazza Cavour, frantumandola in minute particelle con rotelline, manopole e schegge di plastica scura disperse in ogni dove. Dopo di che, bestemmiando con voce rauca tutti gli dei possibili e immaginabili, si allontanò furioso, lasciando Giovanni attonito e ammutolito come una statua di sale, a cui, passato lo stupore, non restò che uscire dal chiosco per andare alla vana e dolorosa ricerca dei resti di quella che fu la sua piccola ed amata radiolina a transistor.

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