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Servizi sociali, i genitori spesso li temono. Hanno ragione?

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Quella che stiamo per raccontarvi è una storia brutta. E, come per la maggior parte delle storie brutte, ne esistono più versioni. Ma qualunque sia quella che ascolterete, si conclude sempre nello stesso modo: con un bambino che soffre. E questo è non è mai giusto.

Il protagonista di questa storia è speciale. Certo, ogni bambino lo è. Ma in questo caso lui lo è un po’ di più degli altri, perché è affetto da autismo. Quindi ha bisogno di attenzioni, di cure. Di esercizi particolari. E, soprattutto, di tanta, tanta serenità. Ma purtroppo questo non è possibile, perché i suoi genitori sono separati e, come spesso accade in questi casi, per danneggiare l’ex si finisce per colpire i figli che non hanno nessuna colpa.

In questo particolare caso c’è una madre spesso assente, sia fisicamente sia mentalmente. Che, adducendo motivazioni economiche, ad un certo punto decide di non mandare più il piccolo dagli specialisti, i cui trattamenti sono indispensabili per il suo recupero. Dall’altra abbiamo un padre che è disposto a pagare fino all’ultimo centesimo per quei trattamenti specialistici ma che, avendo un carattere un po’ irruente, per far valere le proprie ragioni spesso ha alzato la voce di fronte ai servizi sociali, interpellati per risolvere la situazione. E che, per questo, sembra aver perso ogni diritto.

Certificati, documenti, dichiarazioni firmate in cui il padre assicura di volere (e potere) mettere il figlio nelle condizioni migliori – con un ambiente domestico sereno e sicuro, la dedizione completa della nonna durante la giornata e il supporto di medici e di specialisti adeguati – a fronte di una situazione un po’ più complicata da parte della madre, che deve lavorare tutto il giorno e che può contare solo sul supporto della babysitter, non qualificata per i bisogni speciali del bambino. Per di più in un appartamento che lascia alquanto a desiderare sotto il punto di vista della pulizia e della sicurezza.

Ma i servizi sociali non vogliono sentire ragioni: il bambino resta nella custodia esclusiva della madre. E chi se ne frega se dal padre può vivere meglio e sperare in un recupero intellettivo, grazie ai trattamenti che il genitore esige per lui e che la madre reputa superflui. “Loro” hanno deciso così.

Non deve sorprendere allora che negli ultimi anni si siano moltiplicate le denunce nei confronti di assistenti sociali, psicologi e magistrati. Senza arrivare ad abomini come quelli di Bibbiano o Forteto, anche “semplici” interventi frettolosi, perizie fondate su impressioni superficiali o basate su segnalazioni anonime, relazioni stilate senza contraddittorio tra le parti, illazioni raccattate qua e là senza alcuna verifica della loro fondatezza diventano poi la base giuridica di provvedimenti che possono rovinare per sempre le vite dei bambini.

Perché la situazione ora è proprio questa: il padre ha paura di far valere fino in fondo le proprie ragioni – nel nome del benessere di suo figlio – perché è terrorizzato all’idea che i servizi sociali possano portaglielo definitivamente via. E metterlo magari in una di quelle strutture ormai tristemente note alle cronache. Una paura esagerata? Probabile. Ma dà l’idea dell’opinione che la gente ormai ha degli assistenti sociali: persone con potere di vita e di morte che, se va bene, sbagliano per incompetenza. E, se va male, sbagliano per meschinità.

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