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Nesos, il nuovo vino che lascerà tutti soddisfatti (ma con la bocca salata)

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Antonio Arrighi (a sinistra) e Attilio Scienza

Vietato chiedere il prezzo di mercato. Antonio Arrighi non vi risponderà mai. Al massimo vi sorriderà dicendovi che in fondo lui fa parte della categoria di “esperti a perdere tempo e denaro negli esperimenti”.

Eppure, a guardare il clamore mediatico che ha suscitato con il suo di esperimento, forse le cose non stanno proprio così.

Parliamo del progetto, frutto di un sodalizio con il docente di viticoltura dell’Università di Milano Attilio Scienza, che ha prodotto “Nesos”, perché così si chiamerà, il vino elbano molto simile a quello che 2400 anni fa circa veniva fuori dalla cantine dell’Isola di Chio.

Un vino diverso da quello delle altre isole dell’Egeo. Tanto che il professor Attilio Scienza, che ha seguito l’esperimento insieme al viticoltore Arrighi, ha immaginato, dopo anni di ricerche, che quella particolarità derivasse dal fatto che le uve, prima di appassire al sole, trascorressero un periodo in mare. Procedimento che è stato seguito in via sperimentale all’Elba e che la scorsa primavera ha dato i suoi primi frutti. «Che sapore ha? È salato, ma molto piacevole al palato. Perché ti restituisce quel salino in bocca quando il vino è già andato via».

Quando Antonio Arrighi ha contattato per telefono Scienza, che non vedeva l’ora di trascinare sul campo anni e anni di ricerche storiche sul segreto del vino di Chio, il professore non poteva credere alle sue orecchie. «Sì, certo che mi ricordo di lei. Ma non pensavo che mi richiamasse». E certo. Dopo anni a girare le isole minori per recuperare quell’antica tradizione. Fino a sbarcare all’Elba in occasione di un’edizione di “Elba Aleatico”, manifestazione di cui Antonio Arrighi è promotore insieme a AIS, Associazione Italiana Sommelier, Isola d’Elba. Forse le cose dovevano andare così. Anche perché non è un caso che l’apporto di Arrighi abbia contribuito al successo dell’esperimento. E i motivi sono almeno due. Primo, l’utilizzo di uve di Ansonica, che sicuramente rappresentano il dna degli elbani essendo autoctone. Ma che, secondo il professor Scienza, sono frutto dell’incrocio tra due uve greche. Secondo, il fatto che Antonio Arrighi già da diversi anni usasse lavorare il vino in anfora.  «L’uso dell’anfora ha un vantaggio sul vino nel momento della sua evoluzione – ci dice il viticoltore – Mi spiego. Mentre una piccola botte in legno favorisce l’ossigenazione del vino ma, allo stesso tempo, rilascia qualche sostanza, ampliando il panorama dei profumi e degli aromi, l’anfora fa sì che il prodotto respiri ma senza lasciare nulla».

Antonio Arrighi, quest’anno si replica l’esperimento?

«Sì. Contestualmente stiamo sperimentando lo stesso procedimento anche con le uve di Aleatico. Ad ogni modo, con una maggiore consapevolezza. Perché adesso sappiamo quale deve essere la maturazione ideale dell’uva per andare in mare, quanto deve stare in acqua e quali sono le condizioni ottimali per questo tipo di procedimento.

Cioè?

«Mare calmo. Quest’anno abbiamo deciso di calare le nasse fuori dalla spiaggia di Barbarossa, tra le due punte. Le fisseremo, grazie all’aiuto della scuola di sub di Porto Azzurro Biodivers, in modo che non oscillino. Facendo sì che le correnti marine possano passare al loro interno».

Quanto staranno in acqua le nasse?

«Tre giorni. Monitoreremo la situazione giornalmente con un piccolo campione che tutte le mattine tireremo su per verificare lo stato dell’uva».

Che vino viene fuori mettendo le uve in mare prima dell’appassimento al sole?

«Sicuramente un prodotto molto più naturale. Perché il fatto che il sale venga a contatto con l’acino, fungendo da antiossidante e disinfettante, ci permette di non utilizzare solfiti».

Il vino che risulterà da questa vendemmia sarà commercializzato questa volta?

«Sì, sarà una produzione modesta ma comunque superiore a quella dello scorso anno. Pensiamo di utilizzare almeno cinque anfore tra i 50 e i 100 litri». 

Quanto costerà una bottiglia?

«Non ci abbiamo ancora pensato. Anche perché, per noi, non ha prezzo. Sappiamo, però, che la prima andrà in beneficienza. Stiamo cercando una causa elbana da sostenere». 

Lo porterà al prossimo Vinitaly?

«Certo, anche se in realtà c’è già stato, ma senza etichetta. Mi hanno chiesto di farlo assaggiare ad un centinaio di persone. Sono usciti tutti soddisfatti, ma con la bocca salata». (ride, ndr)

Che piatto possiamo abbinare?

«Beh, qui andrebbe fatto un altro studio sulla cucina greca di quel tempo. Io valuterei un abbinamento per concordanza, magari due acciughine salate. La sfida adesso sarebbe quella di chiedere ad uno chef elbano di elaborare il piatto giusto per il nostro “Nesos”». 

Nel 2020 ci sarà “Elba Aleatico”?

«Spero di sì. Ormai la manifestazione è arrivata ad un punto tale da richiedere uno sforzo economico, non possiamo andare avanti solo con le risorse dei volontari generosi. Ma questo è un problema dell’Elba. Oltre al fatto che le individualità continuano ad impedire una visione d’insieme. Un vero peccato. Per fortuna che ci sono realtà come Elba Taste, il consorzio che Valter Giuliani ha creato per raccogliere le esperienze delle eccellenze elbane. Io ne faccio parte. Credo in questo progetto. E ne vado fiero».

 

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