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Attacco alla Moby: intrigo finanziario internazionale per il controllo delle autostrade del mare nel Mediterraneo

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Dietro l’ultima offensiva giudiziaria contro il Gruppo Moby di proprietà della Onorato Armatori, si sta delineando un vero e proprio intrigo finanziario internazionale per condizionare il mercato delle autostrade del mare. Un intrigo complicato che va spiegato per bene.

Moby, come fanno abitualmente decine di grandi gruppi industriali per finanziarsi, ha emesso sulla Borsa del Lussemburgo (dov’è quotata) un bond del valore di 300 milioni di euro, rimborsabile entro il 2023 e di cui sta regolarmente pagando le tranche annuali.

Un misterioso “cartello” di fondi di investimento, con sedi non a caso in vari “paradisi fiscali”, ha rastrellato sui mercati internazionali -almeno così sostiene- la maggioranza di questi titoli. Ed approfittando della recente operazione di compravendite incrociate di quattro traghetti tra il Gruppo Onorato ed un partner danese (che ha fruttato alla Moby una corposa partita straordinaria di ricavi, utilizzata proprio per ridurre l’indebitamento), ha presentato al Tribunale di Milano un’istanza di accesso alle procedure concorsuali.

Il che sta a significare che questi fondi speculativi sospettano, ricorrendo ad un vero e proprio “processo alle intenzioni”, che tra tre anni il bond non potrà  essere regolarmente rimborsato. E di conseguenza, chiedono alla magistratura di mettere sotto controllo giudiziario un gruppo che da’ lavoro a 5mila dipendenti e che oltre ad essere leader nel settore dei traghetti, sta minando la supremazia di qualche competitor nel settore in grande sviluppo delle autostrade del mare.

Di fronte ad un’offensiva tanto strumentale quanto opaca, la Onorato Armatori ha deciso di seguire la strada resa famosa da Sandro Pertini: “a brigante, brigante e mezzo”. Denunciando i fondi alla Procura della Repubblica di Milano e chiedendo quindi alla magistratura penale di fare luce sui retroscena di quella che l’amministratore delegato della Moby, Achille Onorato, ha definito soltanto come l’ultimo atto di una “ossessiva  campagna diffamatoria più volte denunciata all’autorità giudiziaria”. Il riferimento all’ex-presidente della Regione Sardegna ed ex-parlamentare, Mauro Pili, è fin troppo esplicito.

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