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La lettera: «Anche mio marito è morto all’Elba per negligenza medica»

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Il caso di malasanità denunciato dal “Corriere Elbano” nelle scorse settimane ha scoperchiato il vaso di Pandora. Tante le lettere di medici che difendono a priori il giovane dottore, ma tante anche quelle di persone che vogliono raccontare la loro (brutta) esperienza. Tra tutte, ne pubblichiamo una.

***

Caro direttore,

quando ho letto dell’uomo morto d’infarto per la superficialità della guardia turistica di Portoferraio nel valutare i sintomi, ho avuto un brivido. Quella storia è la mia storia.

È l’agosto del 2015. Solo quattro mesi prima mio marito Gianni, 74 anni, si è sottoposto a delle visite di controllo ed è in buona salute.

Da qualche giorno però lamenta spossatezza e fiato corto. Una notte, mentre dorme, lo sento fare degli strani gorgoglii. Così la mattina dopo, è il 3 agosto, chiamo la guardia turistica. In linea d’aria, la più vicina è quella di Portoferraio, ma Nisportino – dove vivevo con mio marito durante l’estate – ricade sotto Capoliveri. La dottoressa, sui 30 anni, si presenta alle 16,30.

Mio marito è in un bagno di sudore: mentre lei gli misura la pressione, lo stetoscopio continua a scivolare. Le sento distintamente dire che la saturazione è all’80 percento e subito mio marito le fa notare che è troppo bassa. Ma la dottoressa non si scompone. Consiglia di andare al pronto soccorso di Portoferraio, per approntare una terapia con l’ossigeno. Non subito però, non è urgente. Meglio col fresco. E se ne va.

Io sono invalida e non guido. L’ideale sarebbe avere un’autoambulanza, di quelle che accompagnano gli anziani. Chiamo il 118 per sapere come fare e l’operatrice, da Livorno, mi sbatte il telefono in faccia  dicendo che, non essendo un’emergenza, le sto facendo perdere tempo. Allora chiamo mio zio, chiedendogli se l’indomani può portarci lui a Portoferraio.

La mattina del 4 agosto, Gianni sembra stare meglio. Si fa la doccia e prepara  il necessario per la degenza. Ma, dopo aver fatto una rampa di scale, si sente male. Chiamo un’ambulanza che arriva – più di 20 minuti dopo – senza medico e senza defibrillatore a bordo. Gianni è in arresto  cardiaco. Gli operatori sanitari non hanno i mezzi per rianimarlo. Tra i 5 i 10 minuti dopo arriva un’altra ambulanza da Portoferraio. Questa sì con medico e defibrillatore. Ma ormai è troppo tardi. L’arresto cardiaco era in corso da quasi mezzora. Gianni è morto.

Nel frattempo mio zio – cardiopatico conclamato – ha un malore. Il medico è lì, gli fa il prelievo e lo manda al pronto soccorso. Sono le 10,30 del mattino. Arrivato al PS alle 11 sarà visitato solo alle 15. Il sangue, nel frattempo, si è coagulato nella provetta, forse danneggiata.

Sono frastornata. Tornata a Firenze, qualche settimana dopo chiamo il nostro medico curante e le racconto cosa è successo: «è tutto un macabro scherzo, vero?» mi dice incredula. Le dico della saturazione all’80 percento e lei salta dalla sedia: com’è possibile che con un valore del genere la guardia turistica venuta a visitare mio marito il giorno prima che morisse, non abbia chiamato subito un’ambulanza per ricoverarlo d’urgenza? Ho un sussulto. Vado a prendere il certificato che la dottoressa ha stilato prima di andarsene. E leggo: saturazione al 93 percento. Perché ha scritto il falso? Una negligenza sua o “qualcuno” ha ordinato di limitare al massimo gli accessi al pronto soccorso? Chi decide di mandare medici ancora acerbi e impreparati a fare la guardia medica turistica? Mio marito, così come il marito della signora di Frosinone, poteva salvarsi? Non lo saprò mai e per questo mai avrò pace.

Assunta Taddei

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