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Reduci da due gare importanti, dove hanno ottenuto ottimi piazzamenti, gli “Archi del Grande Falco” sono un gruppo di elbani che hanno messo insieme la passione per la storia con l’arte dell’arco medievale. Osservando i disegni in qualche vecchio libro, hanno ricostruito con perizia archi, ma anche abiti e stendardi di quei tempi antichi. E da tre anni organizzano corsi, anche nelle scuole, partecipano a feste e rievocazioni medievali. Oltre, naturalmente, a gareggiare nelle varie competizioni in giro per l’Italia. A raccontarli è Patrizio Bolano, il loro presidente.


Come sono nati gli “Archi del Grande Falco”?
«L’associazione è nata circa tre anni fa. Un giorno portai la mia fidanzata a fare una gara di tiro con l’arco medievale. Ne rimase affascinata. Noi facciamo parte della Fiarc – Federazione Italiana Arcieri Tiro di Campagna – che fa gare nei boschi con simulazione di caccia. è molto bella, ma volevamo creare all’Elba anche una realtà di tiro esclusivamente con arco storico e vestito medievale. Così ci siamo rivolti alla Lam, la Lega Arcieri Medievali, e abbiamo partecipato alla nostra prima gara a Figline Valdarno. Eravamo io e lei. Con uno stendardo di plastica. Ma quel giorno nacquero gli “Archi del Grande Falco”. Con il colore bianco del cielo e quello blu del mare».

Pian piano è diventata una cosa seria…
«Doveva essere una realtà amatoriale, ma poi sempre persone si avvicinavano incuriosite e chiedevano informazioni. Poi provavano a tirare con l’arco storico. E… si innamoravano perdutamente di questo sport. Ora, in tutta l’Elba, siamo una sessantina. E finalmente anche i Comuni si sono accorti di noi e hanno iniziato a chiamarci».

Come avete scelto il nome?
«Il “grande falco” è la poiana.  Durante il Medioevo noi elbani eravamo grandi ammaestratori di falchi. Li catturavamo e li addomesticavamo. Poi venivano i fiorentini e i pisani a comprarli: i falchi erano importanti perché servivano per la caccia. Inoltre catturavano i topi. E quelli erano i tempi della peste. E poi ai nobiluomini piaceva possederli, perché rappresentavano un lusso. Tant’è che i comuni che fornivano i falchi non pagavano le tasse».

Perché hai scelto proprio questo sport?
«Quelli della mia generazione, qui all’Elba, sono cresciuti con le fionde, le capanne improvvisate coi lenzuoli e gli archi fatti con i ramoscelli. Erano gli anni in cui in televisione c’erano i film western, con i cowboy e gli indiani».

Te lo ricordi il primo arco che ti sei costruito da piccolo?
«Eccome. Era un ramo di castagno lungo 80 centimetri. Talmente grande che non riuscivo nemmeno a tenderlo tutto».

E le frecce?
«Usavo le stecche di un vecchio ombrello. Avevo 9 anni. Ho dei ricordi bellissimi».

Cosa insegna questo sport?
«Insegna disciplina, concentrazione. Implica la necessità di avere metodo.  Anche perché hai un’arma potenzialmente letale tra le mani. Ogni movimento deve essere pensato. Corpo e mente devono essere in sintonia. Solo allora si può scoccare la freccia perfetta. E la nostra Sofia è la più forte d’Italia».

Quali sono i prossimi appuntamenti?
«Il 21 e il 22 settembre, al Forte Falcone di Portoferraio, faremo la gara nazionale. Saranno due giorni di festa. Il sabato ci sarà la festa del piccolo arciere, con l’esibizione dei giovani elbani e quelli di Montopoli e di Arezzo. Poi arriveranno gli sbandieratori, il falconiere. Ci saranno racconti medievali dell’Elba. Un pezzo di lirica. E poi il “back in time”, una sorta di viaggio nel tempo: la Seconda Guerra mondiale, la Petite Armée, il Rinascimento e il Medioevo. Domenica ci sarà la gara, con 240 arcieri provenienti da 63 città italiane. Un gran bel risultato, anche per l’indotto economico».

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