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Una delle cose che fa stare bene nel discorso con gli antichi è che ci si può sentire liberi di dire quello che si vuole. A patto che li si prenda sempre sul serio. Perché gli antichi ci parlano soltanto se noi li stiamo davvero ad ascoltare.

Ammonio Lithotomo era un chirurgo del 300 avanti Cristo che aveva inventato un doppio sondino per intervenire sui calcoli: mentre il primo, di fiore di rame, stagno o bronzo, aveva una punta uncinata affilata e scendeva sotto il calcolo agganciandone la parte opposta, l’altro sondino a punta scendeva e martellava il calcolo riducendolo in frantumi.

Aule Cornelio Celso, medico romano nato nel 26 a.C. che scriveva enciclopedie mediche, fa notare come il sondino, che in latino si chiama specillum, in greco avesse quattro nomi diversi. Accadeva un po’ quello che succede in cucina coi nostri nonni che avevano molti nomi per chiamare le pentole. Nomi che noi abbiamo dimenticato tutti, eccezion fatta per il tegame. Ma se ci sono più parole è perché c’è più cultura di quella cosa, e dove c’è più cultura ci sono maggiori conoscenze e migliori risultati.

Il sondino etrusco, invece, è di molti secoli prima. Eh già, gli etruschi sono arrivati prima anche qui. La loro medicina era, infatti, molto avanzata, la conoscenza degli effetti delle piante era sconfinata e, rispetto a noi, avevano il vantaggio di  usare farmaci assolutamente naturali.

I dentisti etruschi avevano più tipi di bisturi, spatoline, pinze, di quanti ne abbia un dentista oggi. E anche nella chirurgia erano avanti, basti vedere la raffinatezza del sondino del 700 a.C. che è esposto al Museo di Marciana. Uno “specillum frammentario in bronzo. VII-VI sec. a.C.” così è definito nel cartellino delle didascalie dei reperti.

Chi vi scrive non è riuscito purtroppo a trovare un insieme organico di studi sugli strumenti chirurgici degli etruschi. Forse perché i volumi dove cercare qui sull’isola d’Elba non esistono. Sarebbe stato indispensabile cercare nella collana Olschki e Bretschneider chiamata “Studi Etruschi”.

Ippocrate, in un suo scritto, indicando una lunga serie di trattamenti a un certo punto ne cita uno che prevede l’utilizzo di un sondino (Mele) di stagno (Kassiterinen) con un occhiello (Tetremenen) proprio come il nostro, anche se lui dice che l’occhiello dove far passare il panno deve essere all’estremità (Akrou), mentre nel nostro è nel mezzo. Abbiamo studiato centinaia di immagini dal web, cercato su testi capitali in materia di chirurgia antica come quello di John Stewart Milne e nella versione aggiornata di Lawrence Bliquez, mentre il testo di Frati e Giulierini è esaurito in tutte le librerie online. Non ci resta che prendere atto che il Museo di Marciana stupisce ancora. Siamo di fronte ad uno specillum con una punta fine e l’altra a remo (paletta dritta, spatolina) e con l’occhiello d’Ippocrate nel mezzo. Che avesse un doppio uso? O forse non era un sondino ma un altro strumento ad uso dentistico o altro ancora? Forse qualche archeologo magnanimo dopo aver letto questo articolo mi chiamerà e mi svelerà l’arcano. Se non sarà troppo segreto vedrò di rivelarlo anche a voi. Attenti ai conservanti e agli aromi naturali! Chissà se anche Ippocrate lo consigliava…

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