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Umberto Martorella, uno degli ultimi testimoni del Novecento

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Si è spento, all’età di 103 anni, Umberto Martorella. L’ultracentenario di Rio è stato una figura straordinaria per l’Isola d’Elba. Il Corriere Elbano vuole ricordarlo ripubblicando una sua intervista dello scorso anno. 

Oggi è il nonno di Rio Marina. Vedere quei 102 anni passeggiare con disinvoltura per il porto non è cosa da tutti i giorni. Una vita dura e intensa, la sua. Quando si toglie gli occhiali da sole, i suoi occhi riflettono tutto il suo passato. Una vita passata tra i mari e la miniera. Quello potrebbe essere considerato il simbolo dell’Isola d’Elba, ferro e acqua. Umberto Martorella con i suoi 102 anni ha visto il mondo cambiare.

Lei è testimone dei tempi che furono. Cosa è cambiato?

«È cambiato tutto. Qui sull’Elba non c’erano nemmeno le strade asfaltate. Poi è arrivato il turismo. Pensi che Marina di Campo era un villaggio di pescatori.Ora ci sono alberghi anche sopra la spiaggia. Prima non c’era tempo da perdere, ogni attimo era prezioso e andava vissuto. Non bivaccando, ma dandosi da fare. A quei tempi la fame c’era, ma se stavi con le mani in mano nessuno ti imboccava».

Cosa ricorda della Seconda guerra mondiale?

«Io ero imbarcato su un piroscafo e quando l’Italia è entrata in guerra eravamo in acque scozzesi. Di punto in bianco ci siamo ritrovati circondati da navi inglesi. Il nostro comandante, pur di non lasciare l’imbarcazione al nemico, tentò di affondarla. Arrivati in porto, malgrado non fosse più utilizzabile per il nostro sabotaggio, fummo arrestati e spediti nei vari campi di prigionia. Mi sono fatto cinque anni sull’Isola di Man e un anno a lavorare nelle farm in Inghilterra. Abbiamo perso la guerra, comandavano loro».

Come ha trovato Rio Marina al suo ritorno?

«Uguale a prima, ma senza tanti amici che non ho più rivisto e tante mamme a piangere i loro figli. Ma non c’era tempo per stare a lamentarsi, per mangiare bisognava lavorare.
Basti pensare che per prendere il pane dovevamo andare fino a Piombino di nascosto. Invece, quando ero nel campo di prigionia, avevamo i diritti dei prigionieri di guerra.
Insomma, la fame l’abbiamo sentita al nostro ritorno. Strano a dirsi, ma se non ci avessero catturato chissà se saremmo sopravvissuti».

Come se non bastasse, lei ha passato una vita a lavorare nelle miniere.

«Ben ventisette anni. Un lavoro durissimo. Pala e piccone e via a riempire le carriole. Non potevamo fare altrimenti. Il lavoro, anche se duro, ce lo tenevamo stretto. All’Isola d’Elba avevamo la fortuna di avere le miniere. Davano lavoro a settecento persone. Ora è tutto chiuso. Ci fossero ancora, chissà quanti giovani in meno per la strada…»

Oggi come passa il tempo?

«Come vuole che lo passi? Faccio delle passeggiate, mi fermo a chiacchierare con gli amici in piazza. Superati i cento anni, c’è poco da fare. Anche perché mia moglie è morta più di cinquanta anni fa. Ma è sempre nel mio cuore.
Ho mia figlia che ora sta da me, mi dà una grande mano. Poi ci sono i miei nipoti che ogni tanto vengono a trovarmi. Non sono solo, per fortuna. E sto bene così».

Lei racconta la sua vita con una semplicità disarmante. Qual è il suo segreto?

«C’era poco da pensarci su. I problemi si affrontavano col giusto peso. C’è stato il buono e il cattivo tempo. Tutto qua».

LA VITA DI UN UOMO SEMPLICE

Era il 1915, con l’Italia impegnata nella Prima guerra mondiale, quando nel piccolo paese di Rio Marina, il 20 settembre, nasceva Umberto Martorella, uno dei tanti figli di quegli anni sanguinosi. Oggi lui è per tutti una delle poche testimonianze viventi del Novecento.
Con l’inseparabile bastone, che lo sostiene nei suoi centodue anni di età, tutte le mattine passeggia fino alla Torre degli Appiani di Rio Marina mentre le navi della Toremar puntualmente attraccano in porto. Seduto ad accogliere turisti e naviganti, come fosse un monumento. Segnato dal tempo, paziente, ma sempre lì.
«Quando ero ragazzino, ho navigato con le navi mercantili. Era un lavoro duro, dovevamo andare fino a Rio a sbrogliare le vele quando c’era brutto tempo. Poi mi sono ritrovato anche prigioniero degli inglesi durante la Seconda guerra mondiale. Ma noi trasportavamo solo carbone».

Una vita dura, testimonianza del cambiamento del ventesimo secolo. Rimase orfano a tre anni: il padre morì di Spagnola, il male del secolo che causò la morte di milioni persone in tutta Europa. Dagli anni da marittimo con i bastimenti, alla prigionia nella Seconda guerra mondiale.

«La fame l’abbiamo sofferta anche dopo la guerra. Non c’era pane e dovevamo andare a prenderlo di nascosto a Piombino».

Ritornato a Rio Marina nel dopoguerra, trova lavoro nelle miniere di ferro del paese. Dove presta servizio per ben ventisette anni. Lui un segreto ce l’ha e lo racconta con molto orgoglio: «Ho sempre lavorato duramente, il resto son chiacchiere». Una vita intensa e dura quella raccontata da Umberto, che permette a tutti noi di rivivere il Novecento.
Un secolo così vicino, ma troppo distante dalla vita di oggi. Raccontato con tutta al semplicità di un uomo come tanti, una persona normale. Anche se per noi, uomini e donne come Umberto sono molto di più. Sono e resteranno sempre un esempio per tutte le nuove generazioni e quelle che verranno dopo.
 

 

1 COMMENT

  1. Mi viene in mente che quando vado a Rio Marina alla mattina vado a farmi la camminata al porticciolo poi torno a casa mi cambio e esco appena arrivo sugli spiazzi incontro Umberto e ci facciamo la chiacchierata sempre molto piacevole, sentire parlare Umberto e una cosa veramente molto rilassante, sentire parlare una persona di 102 anni in una maniera cosi giudiziosa è persino una cosa molto rilassante coi suoi racconti di vita, ho saputo in questi giorni che l’hanno ricoverato all’ospedale e sono rimasto veramente male, speriamo che sia una cosa di poco conto perché se ritorno a Rio spero di poterlo ritrovare e rifare la solita chiacchierata con grandissimo piacere, vorrei poterle dare un grande e affettuoso abbraccio e AUGURI anche da parte di mia moglie.

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