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Il museo di Marciana e i “pesi” della città di Giove

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Ci sono delle pietre lavorate in forma trapezoidale con un occhiello nella parte più stretta, quella alta, dove si inserivano degli anelli metallici ai quali si attaccava un filo o una corda. Sono esposti nella prima vetrina a destra in Sala 1 del Museo Archeologico di Marciana. Nella didascalia sullo sfondo la dicitura è inequivocabile: “Pesi da Telaio”.

Si collegavano alle pendici della trama di un telaio verticale in modo da tenerli in tensione e facilitare l’intessitura dell’ordito. Il titolo della didascalia riporta la località – “Monte Giove, Omo Masso” – e l’epoca, circa XI sec a.C. Eppure non è così certo che quei “pesi” fossero usati solo per tessere. Molti studiosi hanno formulato le più disparate ipotesi e, come spesso accade quando si ha a che fare con gli antichi che vissero prima dei Greci e degli Etruschi, non è rara l’attribuzione di una funzione rituale collegata ai vari oggetti.

Per capire questo fatto dobbiamo calarci dentro il modo di pensare di questi nostri affascinanti antenati, capirne la visione del mondo e le pratiche della loro vita quotidiana.

Un po’ come per i samurai giapponesi, i nostri guerrieri e cavalieri di allora, dovevano considerare i loro gesti e le loro azioni come momenti in cui si rapportavano ai Divini. Così i “pesi da telaio” conservano in sé l’aspetto sacro della pietra di cui sono fatti, quello del peso e della forza di gravità che indicano il centro della terra, quello del moto pendolare che simula la rotazione terrestre.

Offerte ai Divini. I nostri “pesi” sono pietre lavorate, esprimono la tecnica umana, il sapere dietro all’arte del manufatto. Essi sono anche pesanti, tendono a piombo verso quello che i pitagorici chiamavano Zhenos Pyrgos, il nucleo del pianeta dove si trova la luce divina di Zeus, il fuoco eterno al quale le anime dei defunti pervengono dopo un lungo viaggio sotterraneo. Il peso inoltre è misura sia per gli oggetti che per le azioni. Il loro oscillare scandisce un ritmo (rythmos, numero in greco) e simula in parte il passare del tempo, che è un ciclo (kuklos) che ripassa sempre dal principio. Oggi risulta quasi unanimemente accettata la catalogazione di questi reperti sotto la dicitura “pesi da telaio” e le funzioni relative all’industria tessile che essi dovevano aver avuto anche in casi in cui siano stati trovati in contesti apparentemente estranei alla “sartoria”.

Esattamente a metà strada tra il megalite dell’Omo Masso, che fu decapitato da un fulmine la notte tra il 16 e il 17 dicembre del 2004, e la vetta del Monte Giove, si trova il santuario cristiano della Madonna del Monte, costruito prima del XII sec. d.C., luogo dalla sacralità perpetua che attraversa le religioni e gode ancora del culto degli uomini di buonafede. Tutta la zona ha restituito reperti che vanno dal Bronzo fino al dichiaratamente etrusco VI sec. a.C., molti sono gli oggetti votivi, ovvero quegli oggetti che non hanno una funzione pratica che non sia quella ludica, rituale o cerimoniale.

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