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Filosofia del Tempo tra un reperto e l’altro

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Col tempo si sono cimentati grandi pensatori ed intellettuali di tutto l’occidente. La sospensione di Descartes e Husserl, la simultaneità di Bergson, le due temporalità di Heidegger, l’economia del tempo di Derrida.

Misura, durata, calendarizzazione hanno ossessionato i nostri plurisnonni fin dai tempi dei tempi. Gli stessi fisici dei quanti sono sempre alle prese coi paradossi che il rapporto tra spazio e tempo ancora oggi presenta.

Noi stessi, a pensarci bene, pur essendo tutti sintonizzati sulla stessa ora, se non guardiamo l’orologio scopriamo di avere modi diversi di percepire il passare del tempo.

Il viaggiatore che sbarca sull’isola porta con sé un ideale orologio metropolitano che scandisce il suo stare al mondo sempre con la stessa misura, risultato di quell’impercettibile schema che si manifesta con la verbalità del movimento servile. Ogni sua azione segue il ritmo impostogli da una specie di voce muta interiore che manda messaggi del tipo “devo andare”, “devo correre”, “devo scappare”; ricorrenti forme verbali composte da un verbo servile e uno di movimento.

Questo orologio metropolitano va gettato in mare durante la traversata, e il vuoto interiore creato da questa perdita non rimpiazzato da un orologio nuovo, bensì dall’assenza di ogni nozione cronometrica.

Sulle isole il tempo non si misura, si lascia passare. Gli isolani hanno atteggiamenti che stridono con i viaggiatori continentali, spesso è vero che la rudezza e il pressappochismo che li caratterizzano possono sembrare difetti, ma altrettanto frequentemente questi attriti tra ospiti e padroni di casa nascono perché gli ospiti pretendono che vengano rispettate le regole di un ordine e di un tempo che irrimediabilmente agli isolani non appartengono. E che essi, loro malgrado, non condivideranno mai.

Fare un bagno senza tempo nelle acque di questo mare, senza pensare “oddio devo andare che bisogna prenotare il ristorante!”. Sedersi sotto i pini del Monte a contemplare il sublime nelle forme della terra e del mare, senza pensare “oddio devo scappare che c’è ancora da vedere un sacco di cose!”. Ma meglio ancora, entrare in un tempio senza tempo, in un’antica chiesetta, senza pensare ad altro che stia fuori da quel portone con voce straziante a implorarci di non perdere altro tempo.

L’apoteosi dei senza tempo la si assapora fino in fondo sulle vette rocciose, in un teatro o al museo. Quando si va in questi posti bisognerebbe togliersi l’orologio dal polso e lasciarlo lontano, non a portata di vista.

Bisognerebbe spegnere il cellulare e stare in silenzio, lasciarsi trasportare da quello che ci ospita: il rumore degli animali, gli alberi mossi dal vento, i colori del cielo, dei monti e dei mari.

Ascoltare e guardare lo spettacolo finché non sia lo spettacolo stesso a farci capire che “ok, è abbastanza”. Stare immobili davanti ai reperti, incantarsi a percepire la distanza di 20mila, 3mila, 2mila anni fa. Lasciare che i reperti ci parlino di sé da soli.
Entrare in un museo è ben più di viaggiare nel tempo. Un viaggio nel tempo, per ipotesi, non vieta che ci si porti dietro il proprio orologio; che tra l’altro, c’è da scommettere, laggiù non funzionerà.

Nel museo invece, dovete essere capaci di azzerare ogni contatore, dimenticare le categorie che vi guidano, non c’è nessun viaggio, né uno spazio né un tempo.

Dimenticatevi tutto e riscoprite la memoria che vi parla di sé per raccontarvi chi siete. Benvenuti su Aletheia, pardon! Aethaleia. Visitatene monumenti e musei quia tempus amplius non erit.

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