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«L’Elba è un’Italia in miniatura che racconta un territorio differenziato. E io provato a rappresentarla esattamente com’è». Gabriele Messina, proprietario di “Elba Magna” e vincitore di “Upvivium 2019”, descrive così la sua isola. Un’isola che ama profondamente, tanto da difenderne a tutti i costi i sapori della tradizione.

Gabriele è cresciuto nel suo negozio, “ereditato” dal padre: se seguite il profumo, lo trovate al Lido di Capoliveri, vicino alla spiaggia delle Calanchiole. Oppure nella piccola rivendita a Capoliveri dove organizza degli aperitivi per far assaggiare i prodotti locali. «Appena ho preso in gestione “Elba Magna” ho subito voluto una cucina aperta, in bella vista, dove ogni giorno preparo davanti ai clienti il panficato e gli altri prodotti della nostra tradizione. Mi piace soddisfare i turisti, ma anche gli elbani».

Hai vinto “Upvivium”, il contest tra le cinque riserve di biosfera gastronomica. Cos’ha fatto la differenza rispetto agli altri concorrenti?

«È stato un trionfo di tutta l’Elba. Ho cercato di mettere il territorio nel piatto, portando il panficato e il ceremito: il primo, legato al mondo dei minatori; il secondo, invece, è un dolce riese dalle forme allusive… che hanno strappato una risata. Per prepararli ho usato prodotti a km 0, servendo il cibo su un graticcio fatto da mio padre, con posate in legno d’ulivo. In questo modo ho ripreso anche la storia dell’artigianato locale. La vittoria, quindi, non è stata solo mia, ma di tutti gli elbani e della nostra tradizione».

Quali sono i prodotti locali che hai portato con te al concorso?

«Ho utilizzato la nepitella di Cavo, il miele di Talucci, la soppressata della macelleria Zini, l’aceto di aleatico di Antonio Galechi, il caprino di “Terra e cuore”, il tonno della pescheria di Antonietta e le cipolle di Patresi. Oltre a questo ho usato un grano antico di Suvereto che ora sto coltivando grazie ad Agostino Stefani».

Quanto è importante per te l’identità elbana?

«Tantissimo. Quando l’Elba si fa conoscere dagli altri dovrebbe presentarsi nella sua interezza. Sì, insomma: non solo un tuffo in un mare splendido, ma anche “tesori” dal punto di vista gastronomico, storico e culturale. Mi piace definire lo Scoglio una “piccola Italia” con i suoi sette comuni dalle storie e persino dalle lingue diverse. Ho potuto vincere solo perché ho portato con me tutta l’Elba».

Oltre ad “Upvivium” hai vinto altri concorsi?

«Ho vinto il premio “Dino Villani” dell’Accademia Italiana della Cucina come miglior prodotto artigianale. Grazie a Rossana Galletti, delegata dell’Accademia per l’Elba, ho potuto mandare alla giuria nazionale il panficato, con la spiegazione della sua storia. Ne hanno valutato anche il valore energetico e la naturalità degli ingredienti».

Ci racconti com’è nato “Elba Magna”?

«Qui prima ci lavoravano i miei nonni. C’era una piccola baracca con un orto e un parcheggio. Loro davano servizio ai primi turisti che venivano sull’isola. È stato mio padre Giuliano a trasformarlo in un negozio di alimentari. E io ci sono praticamente cresciuto dentro: è da quando ho sei anni che “lavoro” qui. Quando mio padre è andato in pensione, l’ho preso in gestione. Una delle prime cose che ho voluto è stata la cucina aperta, in modo che i clienti possano vedere come viene preparato il prodotto. Mi piace avere un rapporto diretto con loro. Ma soprattutto con gli elbani: il negozio, infatti, resta aperto anche durante l’inverno. Perché penso che i primi ad essere soddisfatto di un prodotto locale debbano essere gli isolani».

Chi ha avuto l’intuizione di chiamarlo in questo modo?

«È stata mia moglie Barbara.  Non c’è un vero e proprio significato dietro il nome “Elba Magna”. Vogliamo che sia il cliente a darglielo».

Quali prodotti consigli di assaggiare?

«Il nostro punto di forza è il panficato. Per prepararlo secondo tradizione, ho chiesto aiuto agli anziani del paese. È il prodotto più buono. Anche la schiaccia briaca non è male. Ne abbiamo quattro tipi: la riese e la capoliverese. La schiaccia del minatore, una rivisitazione della capoliverese. E l’“armistizio”, metà riese e capoliverese. Preparo anche la sportella, il ceremito e gli anacioni, altro dolce tradizionale che veniva regalato durante le cerimonie importanti».

C’è qualcuno che vuoi ringraziare?

«Ci tengo a ringraziare il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e tutto il suo staff.  Agostino Stefani, Alvaro Claudi, Michele Nardi, Valter Giuliani, Vincenzo Anselmi e Antonio Arrighi. Il mio staff Angelica, Vanessa, Roberta, Sonny ed Elisa. E la mia famiglia: i miei genitori Giuliano e Maurita, mia moglie Barbara e i miei figli Penelope e Michelangelo».

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