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Commenti, editoriali, una presenza quasi quotidiana sulle prime pagine di Nazione, Carlino e Giorno, giornali di cui è stato direttore e di cui resta punto di riferimento. Gabriele Canè, cuore elbano e voce libera. «Certo, guai a essere portavoce di qualcuno».

Anche in politica?

«Beh, in politica ci sono o ci dovrebbero essere i partiti a dire la loro, non solo gli uomini»

A proposito, lei è stato a un passo dalla candidatura a sindaco di Portoferraio…

«Un passo è tanto. Qualcuno ha fatto il mio nome e li ringrazio, Mario Ferrari, Claudio De Santi in particolare, persone di valore, interessati solo a dipanare la matassa che si era creata in campo moderato con tre candidati già scesi in campo.  E con tutta l’aria di volerci restare. Legittimamente. Ho capito subito che era inevitabile assecondare il loro disegno… di dividersi e dunque di candidarsi alla sconfitta. Il passo l’ho fatto indietro prima di farlo avanti. Infatti… auguri al nuovo sindaco».

Certo, un non elbano sarebbe stato uno choc.

«Vero. Magari avrebbe avuto meno vincoli, chissà? Poi elbani si diventa oltre che nascere. E come direbbe Totò, io lo resto».

E da mancato amministratore quali priorità vede per l’isola?

«La solita: che sia un’isola e non la somma di sette isolette. Cambiando i fattori il prodotto cambia».

Comune unico, insomma?

«Lo chiami come vuole, ma si tratta di risparmiare nelle spese burocratiche per aumentare la qualità e la quantità dei servizi in primo luogo per  gli elbani. Una sola entità territoriale avrebbe un’altra forza, un altro impatto dentro e soprattutto fuori senza far perdere identità a ogni comunità. Così si sciupa un potenziale enorme di sviluppo e occupazione. Pensi a come sono tenute e non valorizzate le vestigia napoleoniche. Dovremmo avere pellegrinaggi di francesi dodici mesi all’anno. Se pensa alla gestione dell’anniversario c’è da mettersi le mani nei capelli. L’Imperatore li manderebbe tutti… a Pianosa».

Anche per i 500 anni di Cosimo non è stato fatto granché…

«Diciamo pure molto poco. Un’altra occasione sprecata. Anche per rilanciare l’idea di ridare a Portoferraio il suo nome di Cosmopoli, e da lì valorizzare le bellezze medicee, e dare attuazione a piccoli e grandi progetti come il Waterfront».

Vorrebbe cambiare nome a Portoferraio?

«Non voglio niente, figuriamoci. Dovrebbero essere gli abitanti a decidere di riprendere il vecchio nome. Dico che qui di ferro non ne passa più da un pezzo. Semmai, a proposito, ci sarebbero da valorizzare i siti e la storia delle miniere. Altro fiato per il turismo extra estivo. Rio aveva un progetto affidato alla Regione».

Napoleone, miniere… e poi?

«Poi il termalismo. Ovunque è boom, e non sembra che siamo al passo con i tempi. Qualche investimento massiccio forse si può trovare. Non parliamo poi dell’enogastronomia. Tanto si sta già facendo, ma anche qui mi pare si vada in ordine sparso, senza un sistema, un marchio Elba. Per fortuna ci sono personaggi straordinari come il mio amico Antonio Arrighi e le sue rivisitazioni dai vini nelle anfore o le uve in mare. Storia, tradizione, business. Senza nulla togliere agli altri».

Poi?

«Poi la bicicletta. L’Elba può e deve essere ancora di più bici-Island. Ma non bastano sentieri e percorsi. Ci vogliono piste ciclabili ovunque per arrivarci».

Il turismo accusa qualche flessione.

«Il momento del Paese non è facile. Ci sono meno soldi o comunque se ne spendono meno. Poi si torna al solito problema dei collegamenti. Le sembra normale che l’aeroporto sia fermo? Che si fa? Andiamo a giocarci con le macchinine!?».

Dunque?

«Dunque è estate. C’è un mare meraviglioso. Godiamocelo. Magari ci vorrebbe anche l’acqua non salata. Però lasciamo perdere se no non finiamo mai. Detto questo, bisogna fare di più, pena la decadenza. Tutti assieme».

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