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L’acqua di mare ha una densità di 1025 chili per metro cubo. Se costruiamo un pallone di piombo di 1 metro cubo usando una quantità di metallo più leggera di 1025 chili starà a galla, se peserà di più invece andrà a fondo.

Lo stesso discorso vale per un volume come quello di una nave di metallo – ferro o piombo non cambia – calcolato in base alla superficie totale a contatto con l’acqua. Questa spiegazione era doverosa per quei visitatori, più di quelli che si possano immaginare, che di fronte al reperto della nave romana di Procchio rivestita da una lamina di piombo, fanno puntualmente questa domanda: come fa a galleggiare una nave di piombo? E la risposta è: esattamente alla stessa maniera della nave di ferro con la quale siete arrivati sull’isola.

Questo si chiama principio di Archimede. Si dice che proprio il genio di Siracusa sia stato il primo a progettarne una. Ce lo racconta Ateneo da Naucrati nel suo I Deipnosofisti. Si tratta di un malloppone in quindici libri dove l’autore racconta l’esito delle conversazioni fatte a tavola con altri “filosofi” o presunti tali.

Il libro, al di là della sua forma letteraria, assume un’importanza capitale nelle ricerche fatte in epoca moderna perché fornisce citazioni da circa 700 autori precedenti e 2500 libri, molti dei quali perduti e altrimenti a noi ignoti.

Grazie ad Ateneo si conoscono anche le ricette da Locri, Taranto, Maghreb, Grecia e Turchia dei tempi antichi. Il libro diventa così una sorta di enciclopedia della cucina, di storia e di filosofia. Le notizie che gli amici sapientoni si raccontano durante le tre interminabili cene (oltre mille pagine) sono da filtrare da alcune esagerazioni, ma chicche preziosissime di un ricco compendio.

Nel libro V dei quindici che compongono l’opera scritta attorno al 200 d.C., Ateneo da Naucrati (importantissimo porto-mercato alle foci del Nilo) cita un certo Moschione che racconta in dettaglio della più grande e spettacolare nave mai costruita. L’ingegnere navale era nientepopodimeno che Archimede. La nave fu costruita da Ierone, Tiranno di Siracusa, alleato dei romani e nemico di etruschi e fenici. Era lunga un centinaio di metri, forse più. Servì una quantità di legname dall’Etna pari a 60 volte quello necessario per costruire una triremi monoalbero, nave da guerra di una quarantina di metri. Ierone fece arrivare cime di canapa dalla Spagna, pece del Rodano, un ingegnere da Corinto, artigiani da ogni parte del Mediterraneo.

Lo scafo della nave fu pronto in circa sei mesi, ivi compreso il suo rivestimento completo in lamine di piombo. Altri sei mesi per completare gli interni. Vi erano tre ingressi. E 89 spaziose cuccette da quattro posti letto ciascuna. I passeggeri totali potevano superare il migliaio. Ogni stanza era arredata sontuosamente e pavimentata a mosaici di tasselli da pietre di ogni genere. Attraversando l’intera nave si poteva godere di tutte le scene dell’Iliade raccontate dai disegni dei pavimenti. Nell’accesso più alto c’era un Gymnasium (palestra) e ponti per il passeggio. A bordo vi erano giardini con piante di ogni tipo con coperture di piombo, piastrelle o edera bianca. Un tempio a Venere pavimentato in pietra agata. Una piscina d’acqua di mare piena di pesci e una cisterna d’acqua dolce, oltre, ovviamente, alla stalla per i cavalli.

Ma questa storia straordinaria della Siracusana, la nave di Piombo di Archimede e Archia di Corinto, come facciamo a verificarla? Erano davvero in grado i Siracusani, proprio mentre Roma stava finendo di annettere Tirreni (Etruschi) e Fenici (Punici), di varare una nave enorme e per giunta rivestita di piombo? Passano 400 anni e nel porto della Guardiola a Procchio affonda una nave romana proprio rivestita di piombo.

Al Museo di Marciana si possono vedere esposti dei pezzi dello scafo in legno e il suo rivestimento in piombo. Forse dovremmo crederci di più a quello che ci raccontano gli  antichi sapientoni durante le loro cene da haute cuisine.

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