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“Circe che studia”, John William Waterhouse

Poche settimane fa si è parlato sulle riviste specializzate di un viaggio nel tempo realizzato da un’equipe di ricercatori che sono riusciti tramite un computer quantico a riportare un processo al suo stato precedente. Divino. è quello che non conosce tempo.

Forse a questo servono i musei, a mostrarci queste forme diverse di bellezza, diverse eppure tutte quante espressione di un luogo senza tempo, quello dello spirito, che nei musei si mostra. Nella terza vetrina della sala 1 del Museo di Marciana, dove mi troverete ad accogliervi, sono esposti tre oggetti che a prima vista passano assolutamente inosservati.

Sembrano dei sassolini insignificanti, invece una volta erano degli splendenti elementi di una collana d’ambra, che si alternavano ad anelli d’oro o di altri metalli e pietre preziosi. E pensare che esiste addirittura una conferenza mondiale su questi reperti che gli studiosi del settore chiamano “Vaghi d’Ambra di tipo Tirinto”, per distinguerli da quelli di tipo Allumiere, ecc.

Una celebre studiosa di preistoria, la signora Nuccia Negroni, ricorda come queste collane d’ambra fossero uno status symbol riservato all’alta aristocrazia, ad accompagnare vesti sontuose ed altri ricchi ornamenti. Per portarle bisognava essere patrizi. Essi venivano quasi certamente prodotti a Frattesina, sul Po, da dove il materiale grezzo arrivava fin dalla Polonia sul Baltico.

I vaghi del Museo di Marciana hanno una forma ben riconoscibile, caratterizzata da una carenatura centrale molto evidente; vengono chiamati “tipo Tirinto” dalla famosa località micenea in cui sono stati ritrovati alcuni esemplari. Formavano collane sontuose e complesse, consistenti spesso in più fili di vaghi di forme diverse; all’ambra in alcuni casi si alternavano perle di pasta vitrea colorata, di cristallo di rocca, forse di oro e di argento.

L’ambra era un materiale esotico, e quindi prezioso e costoso, poiché si raccoglieva esclusivamente nelle lontane e sconosciute coste del Baltico e del mare de Nord; era inoltre molto ambito perché legato al culto solare, che in quel momento era diffuso in tutta l’Europa. All’ambra erano attribuite anche proprietà medicinali e taumaturgiche.

Possedere quindi una collana di questo materiale significava dichiarare di far parte di una élite che poteva permettersi di acquistarla, e nello steso tempo ci si metteva sotto la protezione del dio Sole e ci si difendeva dalle malattie e dal malocchio.
Le collane con vaghi tipo Tirinto poi erano abbastanza rare, ma diffuse in tutto il mondo mediterraneo allora conosciuto, dalla Sardegna, all’Italia, alla Grecia, fino al mar Nero e alle coste dell’Asia Minore.

Nelle Troiane (Eur. Tro. 437) di Euripide, l’autore chiama Circe, che abitava una di queste isole del Tirreno, la “Liguste (Λιγυστίς ̀Κίρκη)”. Risuona l’eco della grandezza micenea, di quella civiltà dei Palazzi, coi viaggi in lungo e in largo per l’Europa di commercianti e avventurieri. Aethalide, Orfeo, Nestore e Odisseo, tutti venuti da queste parti in quell’epoca in cerca di Circe. La nostra idea che Circe fosse una maga, nasce dalla insoddisfacente traduzione del termine greco per farmacia (ΦΑΡΜΑΚΕΙΑ) che se ridotto a “magia” finisce per dare un’immagine riduttiva di questa primordiale grande donna di scienza. La conoscenza delle erbe e dei loro usi come antinfiammatori, lenitivi, ansiolitici, eccitanti o addirittura allucinogeni, era vista dai greci come una scienza proveniente dall’oriente, e gli Etruschi erano all’avanguardia in materia medica (cfr. Dioscoride Pedanio).

Circe, secondo il mito, proviene dall’Armenia, dove era giunta dalle coste oceaniche dell’Iran figlia dell’unione tra Persia e Sole. Dall’Aristotele (o suo contemporaneo, IV sec. a.C.) de Le Cose Meravigliose, sappiamo che in Aethalia, il ferro fu scoperto nelle miniere dove da lungo tempo si era scavato il rame.

E ci auguriamo che quando sarete usciti dal museo qualcosa di quell’epoca del XIII secolo a.C. vi rimanga in testa senza tempo – che la magia dell’Elba è proprio il tempo che non passa mai e i profumi delle sue mille erbe.

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