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Alla fine la regina ce l’ha fatta. Il personale ha caricato le sue cose sulla nave, il mare non è brutto, si può lasciare il porto e raggiungere l’isola scintillante. Fumosa e scintillante come una nebulosa, AITAREUSI, così dovevano chiamarla a Creta ai tempi di Minosse.

La regina non era propriamente una regina, la chiamiamo così perché quando i fratelli Campanari di Tuscania penetrarono nel mausoleo di famiglia, oltre a ventisette stupendi sarcofagi in pietra di nenfro trovarono degli affreschi sulle pareti di quella grande tomba di famiglia, tra i quali spiccava il ritratto dai colori vivi di una splendida elegante signora di una bellezza tale che chiamarono quel sito Grotta della Regina.

Purtroppo quel volto, a contatto con l’aria che entrava nell’ambiente dopo duemila anni, si cancellò per sempre, disintegrandosi.

Ora la regina è a bordo della sua ricca nave. Nel mezzo dell’isola c’è il porto della sua tenuta, si trova in un golfetto sulla destra di Procchio arrivando dal mare. Spartaia oggi è una graziosa spiaggetta di sabbia, ma i resti di un antico castiglione sul mare fanno pensare che fosse anche un approdo ai tempi in cui gli etruschi abitavano l’Elba.

Da lì si saliva su carri e bighe e ci si inerpicava sulla collina soprastante aggirandola. Sul fronte settentrionale, il versante che guarda il mare, la collina presenta infatti uno strapiombo roccioso che la renderebbe inaccessibile. Oggi la si può raggiungere imboccando il sentiero del famoso percorso GTE, la Grande Traversata Elbana, nel tratto che, attraversata la Provinciale per Marina di Campo, sale ad ovest verso il Monte Perone.

Sul percorso s’incontrano tre collinette, sulla seconda di esse a una decina di metri dal sentiero, svettano le rovine di un grande castello. Gli archeologi lo definiscono oppidum, che in latino significa “borgo cinto di mura”. Ma le sue larghe mura sono chiaramente parte di un palazzo, un rettangolo composto da due quadrati, largo 31 metri e lungo 62, disposto su due piani, ciascuno probabilmente di sette stanze, a giudicare da quello che ne resta. Un unico portone a pianoterra, anche se nulla esclude che attraverso scale esterne si potesse accedere al piano superiore.

L’Università vi ha fatto una campagna di scavi alla fine degli anni ‘70. I reperti scavati sono conservati in parte al Museo Archeologico di Portoferraio, in parte presso quello di Marciana, da dove vi scrivo.

Qui, in una saletta dedicata potrete vedere oggetti di vari tipi, purtroppo al momento non è visibile la traccia che ho iniziato a raccontarvi dall’inizio, in quanto si tratta di un dolium, ovvero una enorme botte di ceramica (nella foto sotto, l’esemplare gemello esposto presso la Fortezza Pisana di Marciana), che andò malauguratamente in frantumi dopo il primo restauro e che ora giace nel deposito in soffitta, in attesa che vengano finanziati gli interventi necessari dopo che le procedure burocratiche siano avviate.

Sulla botte è incisa una sorta di etichettatura recante il nome del suo proprietario. Si tratta di Ramtha Curunas Cretnai, latinizzabile secondo i metodi convenzionali dell’accademia in Ramza Corona Cretani. Si tratta del nome di una “principessa” di Tuscania quasi sicuramente.

Dobbiamo virgolettare parole come “castello” e “principessa” perché il loro abuso potrebbe portarci a confondere i fatti, dato che sono categorie che non hanno un riscontro linguistico accertato in etrusco, né tantomeno un riscontro antropologico urbanistico e sociale.

 

2 COMMENTI

  1. Fantastico. Occorrerebbe organizzare delle lezioni, anche in streaming, sulla storia dell’Elba. Con un insegnante così, potrebbe esserci un grande interesse. E poi veri e propri giri di riconoscimento. Grazie!

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