CONDIVIDI

Se visitando l’Elba rimarrete affascinati dalla sua natura, gli irti paesaggi, le montagne rocciose e soprattutto le sue più di cento spiagge e calette, dovreste sentirvi attraversare l’animo anche dalla sua millenaria storia, che in ogni angolo, stratificata, fino a metri sotto terra, vi parla in antichissimi idiomi.

Magari vi state proprio rilassando sotto un ombrellone in una delle sue magnifiche spiagge, forse state leggendo il nostro giornale in quella di Procchio, in fondo a destra guardando in mare, all’estremità orientale di Campallaia, da Davidino e signora, che hanno un piccolo bar in legno dove servono delizie di mare. State facendo un bagno, l’acqua è limpida e bassa fino a decine di metri da riva.

Alzando gli occhi verso nordovest vedete la Punta di Spartaia che si tuffa in mare assieme al sole in un estatico tramonto. Fermatevi un attimo adesso e smettete di nuotare.

L’acqua vi arriva al collo e sotto i vostri piedi, coperta da un metro di sabbia giace nascosta una grossa nave parallelamente alla riva. La sua prua indica l’oriente. Si tratta di un’imbarcazione del secondo secolo dopo Cristo, affondata fracassandosi a riva. Eh già, 1900 anni fa la riva era proprio lì, dove il mare vi solletica la bazza. Servirebbe un libro per raccontarvi tutto il fascino del suo carico e delle sue possibili storie, qui ci limitiamo a parlarvi di una strana polverina bianca.

Al Museo Archeologico di Marciana, da dove il custode vi scrive durante una pausa tra un visitatore e l’altro, sono conservati i reperti portati alla luce il 29 maggio del 1967 dal signor Gino Brambilla e dal signor Elio Mazzei di professione polpaio, con l’aiuto degli archeosub.

Tra i tanti oggetti curiosi c’è una piccola quantità di polvere bianca che ai più passa inosservata. Non sappiamo come i romani, i greci e gli egizi la chiamassero, ma si sa che tutti ne fecero uso.

Un nome in epoca moderna glielo ridarà finalmente nel 1953 uno studioso mineralogo George Faust ribattezzandola dal suo professore Hunt, huntite.

La nave di Procchio (forse come Procida, dal greco Προχύτη, lat. Prochãta) verrà scoperta  quattordici anni dopo e solo nel 1974 riconosciuta come huntite la sua polverina. Intanto la huntite viene apprezzata per le sue proprietà ignifughe. Scienziati e archeologi hanno fatto varie ipotesi. Una attestata come pigmento per pitture bianche dall’uso egizio nel 1600 avanti Cristo.

Altre ipotesi suggeriscono un uso cosmetico o addirittura medico. La sua presenza a bordo di una nave in legno dove si accendevano fuochi per le lampade di illuminazione o per cucinare, con forti rischi d’incendio, mi fa pensare piuttosto che fosse usata come estintore o vernice ignifuga di bordo per le parti in legno.

Parlo di legni della nave perché oltretutto essa è una delle prime e poche testimonianze rimaste di navi in metallo, la sua carena, infatti, era quasi completamente rivestita dentro e fuori da una lamina di piombo.

Nei prossimi numeri vi parlerò dei suoi pani di zolfo, dei fichi, dell’avorio, e altre delizie che questo – non mi piace chiamarlo relitto – conserva. Vi aspetto al Museo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here