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Sembrava tutto pronto. Quelli di  Asa erano già lì, armati di martello pneumatico e cazzuola, per tirare su dal niente – e in mezzo ad altrettanto niente – un dissalatore “coi controfiltri”.

Ma il sindaco di Capoliveri, Ruggero Barbetti, li ha rimandati a casa con un atto immediato di sospensione dei lavori: i permessi per costruire sono scaduti e, in più, c’è una delibera che vieta i lavori rumorosi su tutto il territorio almeno fino al 20 settembre. Quindi niente. Al momento del dissalatore non se ne fa nulla. Quello che doveva essere l’ennesimo fulgido esempio di opera assolutamente ingiustificata e spropositatamente costosa almeno per ora resterà sulla carta.

Ma cosa è successo? Fino a ieri sembrava che quel dissalatore fosse l’unica soluzione possibile al problema della mancanza d’acqua, soprattutto in estate. Un’idea talmente geniale che in quattro e quattr’otto è stata progettata e, in buona parte, finanziata.

Quindi: avanti tutta! Poi sono saltati fuori i dubbi dei soliti ambientalisti con interrogativi della serie: ma sarà sicuro per la nostra salute? E per quella dell’ecosistema? Quindi: indietro tutta!

Quel che è certo è che sul dissalatore e sulla sua reale utilità è stato detto tutto ed il contrario di tutto.

Per capire come stanno le cose abbiamo interpellato Guelfo Tagliaferro (nella foto) – architetto di Piombino, ma originario di Porto Azzurro, esperto di progettazione ecologicamente responsabile, già  tesoriere nazionale dell’Istituto di Bioarchitettura – che  della materia ne sa un po’ di più.

Chiariamoci subito: qual è il suo reale interesse dietro alla questione del dissalatore?

«Il mio interesse, oltre all’amore per l’Isola, è vedere applicate  le tecnologie  più evolute per la salvaguardia dell’ambiente. E così  come è concepito, questo dissalatore non potrà che  influire pesantemente sull’ambiente. E non solo per l’aspetto paesaggistico».

Di quanta salamoia da ributtare in mare stiamo parlando?

«Da quel che si è potuto capire con la lettura di  una documentazione non chiarissima,  messo a pieno regime, l’impianto produrrebbe tanta salamoia da riempire – ogni ora – un appartamento di 50 metri quadrati. E, ammesso che si decida di non ributtare la salamoia nel golfo, mi chiedo dove  si pensi  di trattarla».

Possibile che non ci sia un’alternativa meno invasiva?

«Qualche anno fa, quando appresi dell’intenzione di costruire il dissalatore, chiesi di incontrare i responsabili del progetto, e inviai loro  della documentazione per segnalare la possibilità di procedere con un diverso approccio. Ma i tecnici di Asa  mi fecero rispondere che il progetto ormai era chiuso e che, comunque,  le mie erano “idee futuristiche”».

In cosa consisteva la sua proposta?

«Io, beninteso,  non ho le competenze per progettare un impianto di desalinizzazione. Tuttavia desideravo si valutasse la possibilità di sfruttare il principio della “cavitazione controllata” che consente di accelerare enormemente i processi di depurazione di ogni tipologia di acqua – da quella di scarico  di fognatura  a quella marina,  anche con presenza di idrocarburi – con un enorme risparmio energetico e di spazio. Si poteva pensare, per esempio, alla creazione di nuovi invasi di raccolta delle acque piovane, e  una rete di quattro o cinque impianti dissalatori a cavitazione, delle dimensioni di un container, distribuiti su zone strategiche dell’isola, con minor impatto ambientale, maggior efficienza e con minori costi di impianto e di manutenzione. Ma una  possibilità per bloccare questo scempio ancora c’è».

Vale a dire?

«Come riferii nell’incontro a Capoliveri organizzato dal Comitato che osteggia il dissalatore, riportando  un suggerimento  dell’Istituto di Biologia marina di Piombino,  sarebbe opportuno commissionare  la caratterizzazione delle specie animali protette presenti nell’area marina interessata dagli scarichi. Cosa che, peraltro, sarebbe molto importante fare. E  poiché,  certamente verrebbe certificata l’esistenza di  specie protette, specie protette, lo scarico a mare della salamoia dovrebbe essere portato lontano da esse».

Quindi se si volesse, si potrebbe…

«Penso proprio di sì. Ora vorrei  fare io una domanda: ma le associazioni ambientaliste non hanno proprio niente da dire?».

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