CONDIVIDI

Riese doc. Un motivo di vanto per Umberto Canovaro, nato nel piccolo comune elbano nel 1954. Un amore talmente grande, quello che nutre per il suo territorio, che nel maggio del 2018 si è candidato per la poltrona di sindaco. Non è andata bene. Ma l’impegno per il suo paese è rimasto immutato. Anzi. Si fortifica giorno dopo giorno.

Uomo di grande cultura, Canovaro è scrittore e storico, si divide tra la sua Rio e Piombino, di cui è stato vicesindaco e assessore ai Lavori pubblici. Tutto quello che crea valore, secondo lui, passa inevitabilmente dallo studio e dalla valorizzazione della storia. Uno sguardo sapiente al passato anche come chiave di volta per il futuro.

Un esempio? L’opportunità di offrire un turismo di qualità attraverso il rilancio dei centri di interesse storico-culturale. E a Rio non c’è che l’imbarazzo della scelta. «Penso al teatro Garibaldi, all’eremo di Santa Caterina, i lavatoi pubblici o l’anfiteatro delle miniere. Per non parlare di Cavo, nostro fiore all’occhiello» spiega Canovaro che è anche ispettore onorario alla Soprintendenza Archivistica per la Toscana.

Lei ha un profondo legame con il suo territorio. Perché è importante “conoscere” e “ricordare” il passato?

«La conoscenza del nostro passato è la chiave di lettura del nostro futuro, come scriveva il grande Le Goff. Parafrasando Giambattista Vico, la storia si ripete, anche se mai uguale a sé stessa: ma negli stessi fenomeni escatologici e concettuali, sicuramente sì. Allora, per non ripeterne gli errori – che nella storia significano strage, morte, disperazione – occorre conoscere soprattutto i presupposti di base dei fenomeni storici, per capire se in una certa situazione si stanno formando prodromi di buona ventura o di avventurismo. La gente oggi dimentica tutto, presto: la storia sta lì, a ricordare – per insegnare a tutti – la memoria dei fatti».

Secondo lei, all’Elba si fa abbastanza per tener viva la memoria storica?

«Lo sforzo di alcuni enti locali, è sicuramente meritevole, e sicuramente ci sono state amministrazioni lungimiranti che hanno privilegiato il momento culturale, non mortificandolo nonostante le scarse risorse disponibili. È indubbio che molto si è fatto. Oggi soprattutto, non vedo però un vero e proprio fermento di attività. La critica più evidente che mi sento di fare, è che si fa cultura troppo in funzione turistica, e poco in relazione all’approfondimento dei temi e alla valorizzazione degli studiosi, soprattutto giovani, che avrebbero necessità, in un’isola ricca di storia di tutte le epoche come la nostra Elba, di supporti economici e borse di studio per alzare l’asticella della ricerca: troppa spettacolarità, poco contenuto. Comunque, sia non siamo all’anno zero, fortunatamente: ed anche la gestione associata degli archivi, peraltro ben diretta dalla dottoressa Gloria Peria, è un fatto molto positivo».

Lei, tra le mille cose che fa, è uno scrittore. Di cosa tratta il suo ultimo libro?

«Questo testo è una ricerca storica negli archivi comunali di Piombino e dell’Isola d’Elba sulla documentazione esistente a proposito del morbo influenzale che si scatenò nel 1918, denominato “febbre spagnola”, e che spense molte vite umane, soprattutto giovani. In tutto il mondo si contarono più di 20 milioni di morti, 600mila solo in Italia; se si pensa che è calcolato che le vittime militari della prima guerra mondiale furono circa 650 mila, il senso di quella tragedia nazionale è evidente.

Come mai ha scelto proprio questo tema?

«Ho scritto molti libri e fatto pubblicazioni a carattere storico e in particolare nel campo storico – giuridico del medioevo, che è la mia materia di riferimento. Da sempre avevo però deciso che prima o poi avrei fatto anche questo studio per parlare di questo morbo, di cui mia nonna Felicina, nativa di Rio, da piccolo mi parlava come di un vero flagello che aveva devastato le nostre comunità elbane, facendo perire molte sue conoscenze. Lei, in quell’epoca aveva ventiquattro anni, e quindi aveva vissuto la tragedia da adulta, ricordando perfettamente situazioni e specificità che avevano molto turbato e colpito la mia immaginazione di bambino curioso. Sapevo, che prima o poi, l’avrei scritto. Mi rammarico soltanto, di non avere trovato tutto il materiale che speravo, perché molto di ciò che non era raccolto dentro le strutture ufficiali di conservazione, è andato disperso o distrutto dopo l’ultimo conflitto mondiale».

Dove potremo trovare il suo libro?

«Io non metto in vendita i libri che scrivo. Li invio alle biblioteche ed agli archivi della zona, e gli altri li dono ai miei amici e a chi me li richiede. Chiunque, all‘Elba sa dove trovarmi e sarò lieto di parlare con i lettori che si dimostreranno interessati».

Quali sono i prossimi progetti in che ha messo in cantiere?

«Al momento sto lavorando ad un commentario molto accurato sugli statuti medievali di Piombino e dell’Isola d’Elba, curato dall’Accademia di studi storici – giuridici “Pietro Calefati”, di cui sono Presidente, dove ci sarà un mio contributo sulla giurisdizione penale e sul diritto “criminale”. Dovrebbe uscire nella seconda metà dell’anno e ci saranno le relazioni di molti studiosi e anche di accademici molto quotati nel panorama nazionale. Sto poi leggendo in latino volgare e spagnolo, una grossa mole di documenti aragonesi che mi sono stati spediti dall’archivio storico di Simancas, in Spagna, perché da tempo sto ricercando approfondimenti sull’omicidio del principe Alessandro Appiani avvenuto nel 1589. Insomma, il materiale su cui studiare, non mi manca mai».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here