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Se lo stesso presidente degli Albergatori Massimo De Ferrari è convinto che «il futuro del turismo elbano è il pullman» forse dovremmo metterci l’animo in pace e trasformare davvero la pista dell’aeroporto “La Pila” in un campo da golf.

Tanto è inutile girarci intorno: a nessuno interessa davvero ripristinare la continuità territoriale tra l’Isola d’Elba e la terraferma. I fatti parlano chiaro: la gara è scaduta e nessuna compagnia aerea ha presentato un’offerta. I termini del bando, già di per sé risicati, incredibilmente sono stati resi ancor più inverosimili dall’aumento della richiesta di servizi a fronte dell’incremento, esiguo, di capitali disponibili.

Sicché è saltato tutto, stagione turistica estiva compresa (ma quello già si sapeva), e se ne riparlerà a ottobre. Claudio Boccardo, amministratore unico di Alatoscana Spa, la società che gestisce l’aeroporto dell’Elba, ha assicurato di essere già al lavoro con la Regione, l’Enac e il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per organizzare il prima possibile la conferenza dei servizi, pubblicare un nuovo bando prima della fine di maggio e riprendere il servizio entro l’autunno.

Ma, salvo miracoli, se anche allora le condizioni previste dal bando – soprattutto quelle economiche – dovessero restare le stesse, ci ritroveremo esattamente nelle medesime condizioni.

Perché questo bando, così come è concepito, non conviene a nessuna compagnia che non voglia inesorabilmente rimetterci. Chi lo ha elaborato, infatti, era talmente ossessionato dal voler impedire a tutti i costi che qualcuno ci guadagnasse troppo da far sì che nemmeno un vettore facesse uno straccio di offerta. Nessuno al mondo lavora per la gloria. E gli elbani devono capire che non tutti quelli “di fuori” amano l’isola come la amano loro e, pur di venire a lavorare qui, sarebbero disposti a tutto. Pure a smenarci. Perché così non è.

Ed è poco intelligente temere che le compagnie ci guadagnino troppo, semplicemente perché è impossibile che ciò avvenga: questi bandi, infatti, prevedono che vengano ripianate le perdite fino a un massimo pari al budget.

Che significa? Significa che, anche ipotizzando una gestione perfetta dello scalo da parte di una compagnia aerea, con il “tutto esaurito” ad ogni volo e nessuna perdita economica, il guadagno – sul milione e rotti di euro messi a disposizione annualmente – non sarebbe comunque superiore a 47mila euro l’anno. Pari a circa il 3% del capitale totale. E sempre se tutto va bene. Ma è inutile gridare allo scandalo: tutti i bandi per la continuità territoriale sono strutturati così. Il gioco, quindi, non vale la candela. Se si è fortunati si rientra – al pelo – delle spese.

L’unico modo che una compagnia avrebbe per “guadagnarci” (ma in tal caso ci guadagnerebbero tutti: aeroporto, cittadini e turisti) è lavorare per un numero di anni sufficiente da poter creare, con un piccolo costo extra, delle rotte o delle frequenze aggiuntive. Ma questo la compagnia può farlo solo dopo che si è insediata e consolidata. Dopo che si è creata una base operativa perfettamente funzionante – i cui costi sono coperti dal bando – all’interno della quale una qualunque nuova iniziativa volta a migliorare il servizio avrebbe un rischio di impresa esiguo. E invece no.

Ci piace darci la zappa sui piedi (negli autosabotaggi siamo ormai imbattibili) e continuiamo a non contare nulla al tavolo della Regione e ancor meno a quello dei ministeri. Il turismo arranca, ma nessuno sembra preoccupato quanto il buonsenso suggerirebbe.

Una curiosità: ma gli arditi imprenditori di “Volare Elba” che fine hanno fatto? Per la vergogna son fuggiti all’estero in gommone? 

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