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Potremmo stare ore e ore a disquisire sull’utilità del dissalatore. Ore e ore a studiare la fattibilità dell’opera, l’impatto ambientale, il suo rendimento e ancora le modalità di smaltimento di ciò che resterebbe del processo di desalinizzazione.

Ma siamo sicuri che gli elbani vogliano il dissalatore sull’isola? Perché, a parte le prese di posizione da parte di qualche istituzione locale, esperti e comitati, i cittadini non sono stati in grado, ancora, di dire la propria. E non perché non fossero abbastanza informati per esprimere un parere. Ma, più banalmente, perché nessuno ha pensato bene di chiamarli in causa per ascoltare le ragioni di chi, 365 giorni all’anno, dovrà convivere con questo “gigante buono”.

Ora, basterebbe indire un semplicissimo referendum consultivo, massima espressione della democrazia popolare, per conoscere, quantomeno, le sensazioni dei cittadini. Sapere se sono favorevoli o meno ad un’opera del genere. Al di là, poi, dalle indicazioni che verranno fuori dalle urne. L’idea di un referendum consultivo era stata già avanzata proprio dal Corriere Elbano nell’editoriale del numero precedente. I tempi, ormai, sono maturi. A breve potrebbero partire, il condizionale è d’obbligo, i lavori per il dissalatore. Asa ne ha tutte le intenzioni, anche se, alla sua realizzazione, ha posto la condizione che i Comuni elbani si mettessero le mani in tasca. Ad ogni modo, il dibattito sul dissalatore ci obbliga ad una riflessione su quella che è la situazione idrica dell’isola. Perché la verità è che il territorio dell’Elba, con tutte le sue peculiarità, va studiato e capito tenendo conto della sua conformazione.

Per intenderci, l’altissima dispersione di acqua non può essere addebitata soltanto al gestore e alla rete di distribuzione (che inizia a dare i suoi segni di cedimento), ma deve necessariamente tenere conto dei dislivelli dell’isola e delle enormi pressioni che la caratterizzano.

Questa considerazione non può che spingerci a dire che inseguire le perdite d’acqua non è la sola soluzione al problema. Certo, Asa in questi anni ha fatto quello che ha potuto. Ma, a rischio di essere smentiti, rattoppare una rete idrica ha un costo, anche molto elevato. E, oltretutto, non porterebbe al risultato sperato.

Ma c’è di più. Perché c’è un’altra specificità elbana che induce a fare una considerazione di non poco conto: la sua piovosità. La media annua è intorno ai 900 millimetri (quest’ultimo anno, in soli tre mesi, sono venuti giù almeno 800 millimetri di pioggia). Praticamente all’Elba piove il doppio di quanto basterebbe a soddisfare il fabbisogno del territorio.

Cosa vuol dire questo? Vuol dire che non è pura fantascienza pensare che l’Isola d’Elba possa raggiungere una sua autonomia idrica. è bene ricordare che ad oggi dipendiamo dalla Val di Cornia. La condotta sottomarina garantisce all’Elba 4 milioni e 100 mila metri cubi d’acqua all’anno a fronte dei 7 milioni e 700mila erogati dagli acquedotti elbani. Dalle risorse locali, sorgenti naturali e pozzi comunali, derivano i restanti 3 milioni e 600mila. Poco, pochissimo. Ma, in realtà, l’acqua c’è. Eccome. Basterebbe, intanto, sfruttare al massimo le risorse idriche che, pian piano, vengono giù dal Monte Capanne. E poi, riuscire a contenere l’acqua piovana che puntualmente viene dispersa in mare. Facile a dirsi. Ma non a farsi, considerato che l’Elba, attualmente, non ha un serbatoio di accumulo.

è vero che sull’isola ci sono una cinquantina di depositi distribuiti, da est a ovest, lungo il territorio. Ma è anche vero che questi depositi sono collegati l’uno all’altro e seguono un’operazione di riempimento puramente casuale.

Eppure basterebbe avere una riserva idrica di questo tipo per scongiurare il rischio di razionamenti in estate, quando la portata complessiva per soddisfare il fabbisogno dell’isola non dovrebbe essere inferiore a 600 l/sec. O almeno nei soli mesi di luglio e agosto.                                                 
                            

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