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Manuela Mereu, la prof che racconta i capolavori della letteratura, in sardo

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Originaria di Fonni, in provincia di Nuoro, Manuela Mereu da tre anni è insegnante di Tedesco all’ITCG “Giuseppe Cerboni” di Portoferraio. Laureata in lingue e letterature straniere all’Università di Cagliari, da sempre subisce il fascino della traduzione letteraria.

E come darle torto? La capacità di trasporre un testo da una cultura ad un’altra, permettendo a chi legge di accedere il più fedelmente possibile al significato e al contesto del testo originale è un’arte delicata. Ma anche una sfida. Che Manuela ha decisamente vinto. Lei, infatti, ha tradotto alcuni capolavori della letteratura addirittura in lingua sarda.

Quali sono le opere che ha tradotto finora?
«“I dolori del giovane Werther” di Goethe e “La metamorfosi” di Kafka. Più un altro libro che non è stato tradotto nemmeno in italiano, che si intitola “Die Geschichte des Fräuleins von Sternheim”».

Che ci fa una sarda all’Elba?
«Quando sono diventata insegnante di ruolo mi è stato chiesto di indicare le varie province italiane di preferenza. Ed eccomi qua. Sono tre anni che vivo e lavoro all’Elba: sono stata accolta benissimo, mi trovo davvero molto bene sullo Scoglio».

I sardi all’Elba sono una comunità numerosa.
«Sì, riunita nell’Associazione culturale “Bruno Cucca” di Portoferraio. Sono stati loro ad accogliermi appena arrivata: sono addirittura venuti a prendermi al porto, mi hanno trovato una sistemazione… Insomma, mi hanno trattata come una di famiglia».

Oggi insegna al “Cerboni” di Portoferraio.
«Ho sei classi, 115 alunni. Insegnare è un lavoro che amo moltissimo. Anche se mi piacerebbe fare tante altre cose, come ad esempio scrivere libri per bambini. Oppure tradurre la letteratura per l’infanzia. La traduzione mi piace davvero tanto».

Il sardo non è un dialetto, ma una lingua a tutti gli effetti. Si riesce ancora a tramandare da generazione in generazione?
«Dipende dalle zone. Alcuni genitori pensano che “non serva” come arricchimento culturale. E quindi non lo insegnano ai figli. O, peggio, vietano loro di esprimersi in sardo. Questo purtroppo significa che non hanno capito la ricchezza che abbiamo. Una risorsa che, se non si utilizza più, rischia di scomparire».

Che vantaggi hanno i bambini bilingui rispetto a chi parla solo la lingua madre?
«Nel 2014 sono stata a Edimburgo perché la Regione Sardegna voleva si facesse una ricerca sugli effetti del bilinguismo, in particolare delle lingue minoritarie, dal punto di vista cognitivo. Questa ricerca è stata fondamentale per sfatare un luogo comune, ovvero che le lingue minoritarie – il sardo appunto, ma anche il gaelico o il ladino – non abbiano sul cervello lo stesso effetto che avrebbe apprendere una seconda lingua come l’inglese, ad esempio. E per rispondere a un’altra domanda: è vero che chi conosce sia l’italiano che il sardo parla un italiano peggiore di chi la lingua sarda non la parla affatto? Tornata in Sardegna, ho fatto un’ulteriore ricerca su 80 bambini, tra bilingui e monolingui, in nove comuni della provincia di Nuoro. Con test linguistici e cognitivi. Per capire come funziona il loro cervello».

E cosa è emerso?
«Che i bimbi bilingui pensano molto più velocemente. Attenzione: non dico che siano più intelligenti, però sono molto più intuitivi, imparano più in fretta. Indipendentemente dal fatto che la seconda lingua sia il sardo o l’inglese. è un valore aggiunto».

ASSOCIAZIONE “BRUNO CUCCA”


Si stima che siano oltre 1.500 i sardi residenti sull’Isola d’Elba. Tra loro molti imprenditori, soprattutto nel settore del turismo e delle costruzioni. Ma anche liberi professionisti e lavoratori del terziario. Durante l’estate il numero cresce, grazie ai tantissimi giovani, lavoratori stagionali.

Singole persone, ma anche interi nuclei famigliari che, nel corso degli anni, si sono trasferiti dalla Sardegna sull’isola toscana. Riuscendo a creare una comunità compatta e dall’identità ben definita. Eppure capace di integrarsi perfettamente con il territorio e i suoi abitanti.

Accanto ai sardi di “prima generazione”, quelli arrivati tra la fine degli anni ‘50 e gli inizi degli anni ‘60, ci sono ora quelli della seconda che operano attivamente nel contesto politico e sociale dell’Elba. Ma che conservano – e tutelano – le loro tradizioni.

Nel 2007 la decisione di riunirsi in una associazione, con lo scopo di far conoscere agli elbani le caratteristiche peculiari della comunità di emigrati sardi, promuovendo la lingua, le tradizioni e, in generale, la cultura di questa meravigliosa terra in una terra altrettanto meravigliosa, che l’ha accolta con benevolenza.

L’associazione, che ha sede nei locali dell’ex cinema Moderno in via Ninci, a Portoferraio, è intitolata a Bruno Cucca, giovane originario di Lanusei, nell’Ogliastra, arrivato all’Elba all’inizio degli anni Sessanta insieme ai genitori e ai cinque fratelli.  In poco tempo, Bruno riuscì a guadagnarsi la stima degli elbani: rilevò l’antica Tipografia Popolare di Leonida Foresi, dando poi vita al Centro Grafico Elbano, la prima azienda tipolitografica del territorio.

Nel 1987 fondò, insieme al giornalista Fortunato Colella, il settimanale “Lisola”, dando impulso al settore editoriale, poi portato avanti dalle due sorelle.

Cucca fu anche consigliere alla Cna dell’Elba, ma anche presidente dell’Elba Rugby e dirigente dell’Audace Calcio Portoferraio. Morì nel 1996, a soli 38 anni. Lasciando un vuoto incolmabile nel cuore della comunità sarda, certo. Ma anche in quella elbana che lo aveva “adottato”.

 

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