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foto tratta dal profilo facebook di Silvestre Ferruzzi

La perspicacia e l’intelligenza degli abitanti, e anche dei naviganti dell’epoca, avevano attribuito a quello scoglio un nome che in qualche modo facesse ripensare a quella sua particolare forma. La forma di un vecchio timone di imbarcazione, quella pala verticale situata proprio dietro alla poppa. Sì, Punta del Timone deve il suo nome proprio a questo. Quel faraglione di roccia scura, così vicino a Chiessi e distante solo per pochissimi metri dalla costa, scendeva a picco sul mare e sembrava quasi proteggere e custodire quel borgo costiero. Scendeva. Perché oggi, quel diamante incastonato lungo la Costa del Sole, in una cornice così naturale quanto pittoresca, non c’è più. E’ stato spazzato via dalla potenza della mareggiata scatenata dal vento di Ponente con i suoi 100 km/h. La notizia è rimbalzata, ieri, di post in post sui social. Lo scatto, di Gabriele Gentili, è stato pubblicato su Facebook da Alessio Gambini per poi arrivare, pochi minuti dopo, sotto gli occhi dello storico Silvestre Ferruzzi. “Ho visto il post per caso – racconta – Non volevo crederci. Per me è stato un grande dispiacere”.

Che valore aveva Punta del Timone per un elbano?

Un valore storico e affettivo inestimabile. Essendo vicino al paese, quello scoglio era molto conosciuto. Mi ricordo che, ai tempi, in molti ci si tuffavano da lì. Anche io, da ragazzino, ci andavo spesso. Ma Punta del Timone era un simbolo anche per tanti turisti.

Immagino godesse di un fascino particolare…

Esatto. Percorrendo la provinciale da Pomonte, era impossibile non vederlo. Poi, con questa sua roccia argillitica, dal colore nero, creava un contrasto particolare con le scogliere bianche di granito. Un vero spettacolo. Un qualcosa che fa parte, faceva parte, della storia umana e ambientale. Un evento naturale, distrutto dalla natura stessa.

Il toponimo è da ricercare indietro nel tempo, non è così?

Punta del Timone era già presente in una cartografia del 1791, “Plan de l’isle d’Elbe”, redatta dall’ingegnere francese Jean Joseph Tranchot. La sagacia popolare, all’epoca, era più acuta di oggi. C’era la tendenza ad identificare dei luoghi particolari con nomi che derivavano dall’attenta osservazione di abitanti e marinai stessi. Così è stato anche per Punta Nera, ad esempio. Si trova a un centinaio di metri ed è costituita dalla stessa roccia argillitica di cui era fatto anche il Timone.

Lei ha seguito la notizia attraverso i social, non essendo all’Elba. Che sensazione le ha suscitato?

Ho riflettuto sul fatto che questa mareggiata, che in qualche modo riflette i cambiamenti climatici, ha portato via uno scoglio che era lì da millenni. E ho ripensato anche ad un’altra formazione rocciosa che, nei primi anni del 2000, è venuta a mancare. Masso dell’Omo. Un rilievo dalle sembianze antropomorfe, facente parte della Catena del Monte Capanne. Nel 2004 un fulmine, pare, ne spezzò la testa.

C’è, a suo avviso, il pericolo concreto che il maltempo possa portar via altri tesori dell’Elba?

Sono tante le formazioni rocciose dalle forme stranissime, derivate dall’erosione di vento e pioggia nel corso di millenni, per certi versi in bilico. Penso al Masso dell’Aquila. Si trova vicino al Santuario della Madonna del Monte e deve il suo nome alla sua forma che rimanda all’immagine di un’aquila accovacciata. Era noto anche a Napoleone. Fu, infatti, sede di un telegrafo ottico che l’Imperatore utilizzava per comunicare, molto probabilmente, con il semaforo che si trovava sopra Monte Grosso a Cavo. Ma, come questa, ci sono altre formazioni che potrebbero essere in pericolo.

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