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I resti della chiesa /Foto/www.italianostrarcipelagotoscano.it/

Ancor oggi visibile “nei suoi avanzi” nel pianoro di Vigneria lungo l’attuale via di collegamento tra Rio e Cavo, la chiesa di San Quirico di Grassera è in uno stato di completo abbandono.

Tuttavia, per ciò che ha rappresentato e per quello che potrebbe rappresentare ancora per l’Elba (anche ai fini di un turismo diverso, da affiancare a quello balneare) merita comunque attenzione.

La chiesa fu edificata nel XII secolo, quando l’Elba era sotto il dominio di Pisa. In quel periodo erano quattro le pievi in cui era ripartita l’isola: oltre a San Michele a Capoliveri, vi erano la pieve di San Lorenzo a Marciana e quella di San Giovanni in Campo (tuttora esistenti). La quarta, la pieve di Portoferraio – dedicata a San Giovanni Gualberto – è purtroppo scomparsa. 

Ad aula unica con abside semicircolare, la chiesa di San Quirico è stata studiata da Vincenzo Mellini. La tecnica muraria di costruzione è quella romanica: conci di calcare di medie dimensioni, squadrati e rifiniti, messi in opera in corsi orizzontali in paramento interno ed esterno e tenuti insieme da muratura a sacco costituita da calcestruzzo di pietrame e malta di calce. Nel museo civico archeologico della Linguella è conservata una epigrafe di probabile pertinenza e provenienza dalla chiesa.

Di  Grassula, il vicino  villaggio  (che sorgeva nella zona dove da tempo immemorabile si estrae minerale di ferro) si fa menzione in alcuni documenti redatti sin dal 1200. Il villaggio probabilmente è più noto col toponimo di “Grassera”, quasi sicuramente per l’abbondanza sul luogo di pianticelle a foglia grassa. Fu distrutto durante l’attacco nel 1534 dal turco musulmano Khayr al Din, detto il Barbarossa, nominato ammiraglio da Solimano, sultano della dinastia turca degli ottomani, detto il Magnifico, durante quella che fu definita la “empia alleanza”. Ricostruito, fu nuovamente raso al suolo – purtroppo definitivamente – da Dragut nel 1553 di ritorno da Montecristo dove aveva depredato il monastero di San Mamiliano.

Nella prima quindicina del gennaio 1883 alla distanza di 50 a 60 metri dall’antica via di Grassera, presso la casa campestre di Enrico Garbaglia e più precisamente nei terreni del Sig. Francesco Garbaglia, fu scoperto nel fare uno scasso per piantarvi una vigna, un sepolcro alla profondità di circa due metri…” (Giorgio Monaco). Di quanto rinvenuto in questo sepolcro ne parla anche Zecchini ed è la testimonianza che il luogo era abitato sin dal tempo degli etruschi, tra i primi a sfruttare la vena del ferro (Aithale era l’antico nome dell’Elba: fuoco, scintille per la lavorazione del minerale di ferro). Zecchini afferma che Grassera faceva parte di un sistema di collegamento ottico di rilevamento e di guardia disseminato su tutta l’isola in epoca preromana.

Il dominio pisano nell’isola d’Elba durante il secolo quattordicesimo” è il titolo della ricerca di Fortunato Pintor pubblicata nel 1898, condotta su fonti inedite di archivio relative al 1300.

Essa rimane insuperata ed è pietra miliare per comprendere l’amministrazione nell’Elba Medioevale. A partire dal 1100 Pisa inviava all’Elba per l’estrazione del ferro i “fabbri” e l’amministrazione dell’isola avveniva nelle comunità dell’epoca (Marciana, Campo, Grassera, Montemersale, Piedimonte, Rio, Capoliveri, Latrano, Ferraia). A capo di queste comunità vi erano i “consules”.

A partire dal 1300 l’Elba fu divisa in due “Capitanìe”: una a Capoliveri e l’altra a Montemersale, quest’ultima cambiata presto nel titolo di Grassula. De esse dipendevano tutte le altre comunità dell’Elba. Proprio dal Pintor veniamo dunque a sapere che Grassera, forse per la sua posizione nel luogo della vena del ferro, assume nell’Elba medioevale un ruolo preminente.

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