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La coscienza, probabilmente, ce la siamo sistemata con la costruzione del “Milite ignoto”, il mastodontico altare della Patria a Roma, dove giace il corpo di un soldato mai identificato: un omaggio collettivo a tutti i nostri connazionali che hanno combattuto durante la prima Guerra mondiale, ma i cui resti non sono stati mai riconosciuti ufficialmente. 

Come le chiese celebrano Cristo e i suoi santi, i sacrari militari onorano il martirio dei nostri soldati. Anche se, più banalmente, la loro costruzione servì ad organizzare efficacemente le sepolture di massa:  furono infatti 651mila i caduti militari durante la Grande Guerra e non di tutti fu possibile restituire i resti alle famiglie. 

Certo, a suo tempo, è stato fatto quanto umanamente possibile per dare degna sepoltura ai tanti, troppi corpi rimasti senza nome. Molti finirono nei sacrari, nobili generatori di valori patriottici per le future leve. 

Ma col tempo, evidentemente, qualcosa non ha funzionato. Altrimenti non si spiega come mai le 14 o forse 16 vittime italiane del sommergibile Guglielmotti, affondato per errore da una cannoniera britannica durante la Prima guerra mondiale (vedi pagina 2) dopo un secolo giacciono ancora in fondo al mare e non in una tomba dove rendere loro omaggio ogniqualvolta ci sia bisogno di una sana dose di patriottismo. 

Cosa sia il vero patriottismo, forse, dovremmo farcelo spiegare dagli americani . Certo, il loro nazionalismo pare a volte “eccezionale”: nonostante abbiano una composizione etnica e religiosa profondamente variegata, sebbene non possano vantare una lunga storia comune, invece di dividersi, gli americani condividono un’univoca idea di patria e manifestano un deciso sentimento di orgoglio nazionale. 

Lo dimostra l’esistenza della BentProp, una onlus composta da volontari e collegata con prestigiose università e centri di ricerca, nata per cercare in tutto il mondo gli americani scomparsi in guerra. «Grazie a “Project Recover”, abbiamo condotto 28 operazioni in 13 Paesi, identificato e documentato più di venti aerei statunitensi che sono stati collegati a più di 80 americani dispersi» ha spiegato Patrick Scannon, dottore di ricerca in Fisica alla Northern California University e presidente dell’associazione.

Nelle scorse settimane il team è stato impegnato nel mare dell’Argentario, luogo di epiche battaglie e gravissime perdite: qui hanno individuato i resti degli  aviatori americani  all’interno dei relitti degli aerei che si inabissarono durante la Seconda guerra mondiale.

Gli equipaggi dei quattro velivoli identificati a decine di metri di profondità tra Porto Santo Stefano, Orbetello e l’Isola del Giglio (un A-20 Havoc, un B-25 Mitchell, un B-26 Marauder e un B-24 Liberator) erano composti da 17 ragazzi e i cui resti sono stati ritrovati nelle carlinghe inghiottite dal mare. 

«È incredibilema ogni volta la notizia del ritrovamento e dell’identificazione cambia radicalmente e in modo permanente la vita di queste famiglie — ha raccontato Scannon —. Può sembrare impossibile dopo decine e decine di anni, ma è così. Ho scoperto che i parenti non dimenticano mai e cercano di capire come sono scomparsi i loro cari. Noi siamo riusciti per la prima volta a dare risposte a domande rimaste per quasi un secolo senza risposta. E questa è un’esperienza straordinaria, un grandissimo privilegio che ripaga tutto il nostro lavoro».

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