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Si chiamava Pietro D’Alfonso e quando l’Italia entrò nel primo conflitto mondiale  lavorava da qualche mese al “Corriere di Livorno”. Era un giornalista. Uno dei 264 caduti eroicamente durante la Grande guerra. Uomini che fino al 1915 erano “armati” solamente della propria penna ma che, con lo schieramento del nostro Paese al fianco dell’Intesa, rinunciarono al loro lavoro all’interno della redazione per seguire coerentemente i propri ideali. 

Nato a Marciana nel marzo del 1897, Pietro era uno dei cinque figli di Massimo e Maria Simoni. Oltre a lui, c’erano Maria, Lina, Alfredo e Jolanda.

Il padre era stato capitano ufficiale nella Regia Marina e caposemaforista al semaforo marittimo di Campo alle Serre, nel territorio comunale di Marciana, frazione di Chiessi (divenuta un’importante postazione di avvistamento militare sul mare verso la Corsica durante la 2° Guerra mondiale, i suoi ruderi oggi sono meta di quegli escursionisti che camminano lungo l’ex percorso militare che parte dalla Madonna del Monte).  

Diventato sottotenente del 32° Reggimento artiglieria da campagna, Pietro morì il 5 giugno 1917 nell’ottava battaglia sull’Isonzo dopo essere stato colpito da uno shrapnel. E, come spesso accadde ai caduti in guerra, non c’è mai stata una tomba sulla quale i suoi cari potessero piangerlo. 

Nel 1918 gli venne assegnata la medaglia d’argento al valor militare alla memoria. Questa la motivazione: “In collegamento presso il comando di una brigata, adempì l’opera sua con intelligenza ed efficacia, validamente coadiuvando il comando stesso durante l’azione.Spontaneamente si offerse a portare ordini, a radunare dispersi, riordinarli e condurli sulla linea di fuoco. Mirabilmente calmo e sereno in mezzo ai più gravi pericoli, colpito da uno shrapnel nemico, immolava la sua giovinezza alla patria, nell’adempimento del proprio dovere. Flondar-Monfalcone, 4-5 giugno 1917”.

L’università di Torino gli conferì una laurea ad honorem postuma, il 27 maggio 1918. Sicuramente il suo nome, insieme a quello di altri commilitoni marcianesi, fu scolpito sulle targhe del Parco delle Rimembranze, che dal Monumento ai caduti saliva lungo la strada di via Madonna del Monte. Targhe poi scomparse durante la seconda Guerra mondiale. 

Compare, però, sulla lapide inaugurata al Circolo della Stampa di Roma da Benito Mussolini, il 24 maggio 1934. Lapide che riporta i nomi di 83 giornalisti italiani morti durante la prima Guerra mondiale.

Pietro D’Alfonso è ricordato anche dalla lapide in piazza Manin a Livorno dove aveva sede giornale in cui lavorava: “La famiglia del Corriere di Livorno che fra i primi giornali della Patria propugnò l’intervento contro la brutale aggressione dei nemici dell’umanità e che offrì 22 militi all’Esercito combattente volle qui ricordati i suoi Prodi che pugnarono e caddero nel Santo nome d’Italia”.

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