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Due ufficiali, quattro sottufficiali, sette tra sottocapi e marinai, un operaio e il comandante in seconda. Forse addirittura qualcuno in più. I resti di queste persone che hanno combattuto per la Patria, giacciono in fondo al mare dal 10 marzo 1917 quando il sommergibile della Regia Marina fu speronato e affondato per errore da una cannoniera britannica, l’HMS Cyclamen, che lo scambiò per un battello tedesco.

Il sommergibile italiano era stato varato il 4 giugno 1916. Gli fu dato il nome di Padre Alberto Guglielmotti, religioso, teologo e storico italiano, filologo ed erudito della storia della marina militare, nato a Civitavecchia nel 1812 e morto a Roma nel 1893. L’opera principale, alla quale il religioso ha legato in modo imperituro il proprio nome è il Vocabolario marino e militare, dagli esperti considerato il più bel dono che potesse fare alla patria. 

Tuttavia quello stesso nome, conosciuto e rispettato, non portò molta fortuna: entrambi i sommergibili ai quali fu attribuito affondarono. Uno nella  prima e l’altro nella seconda guerra mondiale. 

Il primo Guglielmotti, quello ritrovato la scorsa estate, avrebbe dovuto fare parte della II Flottiglia Sommergibili nell’Adriatico. Ma alla base di Brindisi, dove era diretto, non arrivò mai. 

Il 10 marzo 1917, il sommergibile, agli ordini del capitano di fregata Guido Castiglioni, partì da La Spezia. Era la sua prima uscita in mare. Qualche ora più tardi, verso le 10 di sera, quando si trovava tra Capo Corso e Capraia, il Guglielmotti incrociò la cannoniera-dragamine britannica HMS Cyclamen: questa, avendo scambiato il sommergibile italiano per un U-Boot, aprì il fuoco con i propri cannoni. Il Guglielmotti fu centrato in pieno, uccidendo sul colpo il tenente di vascello Leopoldo Alboni. Speronato sul lato sinistro, iniziò ad affondare. Ci vollero alcuni minuti. Infiniti. Delle 39 persone a bordo, quattro ufficiali e 35 tra sottufficiali e marinai, si salvarono poco più della metà, tra cui il comandante Castiglioni: fu la stessa Cyclamen a recuperare i sopravvissuti. Gli altri, da oltre un secolo, giacciono in fondo al mare. 

Lo scorso agosto i Cacciamine Rimini e Gaeta della Marina Militare, durante un’attività di sorveglianza dei fondali nel Mar Tirreno all’isola di Capraia, hanno localizzato e identificato il relitto ad una profondità di 400 metri, adagiato sul fianco con il distintivo cannone di prora ben riconoscibile.

Quei 14 o forse 16 membri dell’equipaggio, quegli uomini che oltre un secolo fa servirono il nostro Paese fino all’estremo sacrificio, meritano una sepoltura ben più degna. Cosa o chi impedisce che il relitto venga recuperato e il poco che resta di quei valorosi patrioti venga sepolto con tutti gli onori che, seppur postumi, comunque meritano?

Nel centesimo anniversario della fine della Grande guerra, che costò la vita a 1 milione e 240mila italiani, tra caduti militari e vittime civili, è giusto e doveroso che i discendenti di quegli uomini che persero la vita per difendere la propria nazione, abbiano un luogo in cui rendergli omaggio. Loro, ma anche gli italiani tutti. Ché un po’ d’amor di Patria, di questi tempi, non farebbe male.



GLI ALTIFORNI DI PORTOFERRAIO

Il 23 maggio 1916 è una data significativa per l’Elba: è il giorno in cui la Grande guerra “si fece sentire” per la prima volta sull’isola. Quella mattina, infatti, un sottomarino austro-tedesco U39 silurò gli altiforni di Portoferraio. Lo scopo era renderli inutilizzabili: gli impianti dovevano restare costantemente in attività perché qualora il lavoro fosse stato sospeso, anche per poco tempo, le masse di metallo si sarebbero solidificate, rendendo necessaria la demolizione dell’altoforno. Oltre venti cannonate – la prima alle 5 e 15 del mattino, l’ultima alle 5 e 35 – furono lanciate contro gli impianti. Le artiglierie elbane risposero in ritardo. Ma un colpo ben assestato costrinse il sottomarino a immergersi e allontanarsi. 

Nel corso degli eventi persero la vita Salvatore Oliva, vent’anni, e Angiolo Sasso, diciotto. Entrambi erano marinai a bordo di un carboniere e furono colpiti a morte dalle schegge delle granate. Quel giorno fu registrato anche un fatto di “patriottica rivendicazione”: Giuseppe Tonietti, residente a Punta Pina con la moglie Luisa Monti, infatti, visto il sommergibile emergere, impugnò la sua Winchester e fece fuoco dalla finestra contro “l’enorme mostro d’acciaio”. Un gesto temerario che valse alla coppia la medaglia d’argento al valor militare. 

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