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Sono passati ormai quasi due mesi dalla conferenza dei sindaci dell’Elba sul tema della Sanità, con il passaggio di consegne alla presidenza tra il sindaco di Portoferraio Mario Ferrari e Ruggero Barbetti, primo cittadino di Capoliveri.

In quel frangente, Barbetti aveva affermato che «la sanità deve tornare in mano alla politica» di fatto togliendola ai tecnici, come sostenuto invece da Ferrari.

Il punto chiave era la presentazione del nuovo piano sanitario per l’Elba, redatto nel 2016 da Luciano Rossi, medico e oggi presidente del consiglio comunale a Portoferraio, e Gianluigi Palombi, anche lui medico e assessore al comune di Campo nell’Elba.

Un documento frutto del lavoro congiunto con l’Azienda Sanitaria Toscana Nord Ovest (alla cui usl appartiene il presidio medico di Portoferraio) e il cui direttore sanitario, Mauro Maccari, tramite ufficio stampa, ha confermato che ad oggi non ci sono ulteriori novità o movimenti. Tutto fermo al 20 agosto quindi.

Ma cosa prevedeva il piano e perché ad oggi non si è mosso nulla?

Dopo le critiche dei giorni scorsi sullo stato dell’ospedale, avanzate sui diversi quotidiani locali dal gruppo “Elba salute”, abbiamo chiesto a Luciano Rossi e Mario Ferrari cosa prevedesse tecnicamente il piano sanitario, per far chiarezza sugli sviluppi del presidio di Portoferraio. «Al momento, considerando la situazione economica – spiega Ferrari –  e soprattutto quelle che potremmo definire le “criticità tecniche” non ha alternativa, non ci sono strade diverse da seguire ma solo una, quella della condivisione delle risorse aziendali».

Un sistema organizzativo che molte regioni stanno attuando da anni, «vedi Lombardia e Veneto, un successo legato al fatto che in questo modo si riesce a portare servizi in zone dove altrimenti non sarebbero possibili, con tutto vantaggio dei cittadini». Uno strumento in più affinché l’insularità non sia più un limite per gli elbani, spiega il sindaco di Portoferraio.

Puramente tecnico il punto di vista di Luciano Rossi, il quale precisa che non è prevista dalle normativa vigente l’idea che ogni presidio sanitario sia dotato di tutti i servizi «perché questi sono legati non solo al bacino di utenza, ma soprattutto al numero annuo delle prestazioni. Una azienda sanitaria deve fornire un servizio ottimale anche in un territorio disagiato, ma questo non necessariamente deve essere presente in pianta stabile».

Un problema non solo economico, dove non è più possibile realizzare ovunque tutti i servizi indispensabili alla popolazione, ma anche «la drammatica diminuzione degli specialisti che sono divenuti merce rarissima e che ovviamente oggi optano per ospedali centrali, con grande appeal e non certo per ospedali di periferia».

L’esigenza di rivedere la situazione ospedaliera dell’isola è evidente. Bisogna fare i conti con la fattibilità pratica ed economica, ma occorre anche affrontare la questione dal punto di vista legislativo.

Un moderno sistema sanitario deve rispondere alle varie necessità con servizi di eccellenza, le migliori possibili. Rossi, da medico, sostiene fermamente che «questa eccellenza può essere garantita solo dal numero degli interventi che l’equipe fornisce, e che è a sua volta legato al numero dei pazienti che chiedono di usufruire del sevizio».

L’obiettivo è realizzare una ospedale che, grazie alla programmazione e agli investimenti sulle strutture, possa far operare equipe provenienti da altre zone della Toscana senza obbligatoriamente tenerle fisse in loco.

Fu chiesto addirittura una reperibilità cardiologia h24 e «fu spiegato alla conferenza dei sindaci che sarebbero serviti minimo sei cardiologi, ed oggi è praticamente impossibile trovare un numero così elevato di specialisti per il nostro territorio». Insomma, costoso ed eticamente scorretto anche nei confronti del resto del Belpaese, in un momento di carenza di specialisti. Nonostante le accuse di declassamento e messa in pericolo della sanità elbana, il nuovo piano sembra invece aumentare il potenziale dell’ospedale elbano a favore della popolazione.

Politicamente, Mario Ferrari, sostiene che «da sempre politica e tecnica sono andate a braccetto, non possono vivere disgiunte, separate e muoversi indipendentemente. Un buon politico detta indirizzi in nome dei cittadini e quindi nell’interesse della collettività, nell’interesse e nel rispetto di tutti. Ma la realizzazione pratica di questi progetti riguarda i tecnici, il sistema funziona solo se ad un preparato politico si associa un preparato tecnico che presenti soluzioni in linea con le varie problematiche che il settore presenta altrimenti il politico può non ottenere i risultati sperati».

E in chiusura lancia una frecciatina al collega di Capoliveri Barbetti, sulla bocciatura del piano avvenuto nella conferenza dei sindaci di agosto: «ha prevalso la politica sul buon senso, perché politicamente, ai cosiddetti politici autonominatisi tali, conviene di più chiedere l’impossibile per avere platee dalle quali si augurano di avere consenso per il mantenimento del ruolo piuttosto che risolvere il problema».

Non resta che attendere la risposta politica del sindaco Ruggero Barbetti.

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