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Arrivati ai primi di ottobre, non è insolito vedere lunghe code al centro per l’impiego di Portoferraio. Dalle prime ore dell’alba (c’è chi addirittura si apposta la sera prima) inizia la corsa al numerino per accedere al colloquio che apre le porte al sussidio di disoccupazione. 

Funziona così da sempre. Parola di chi abita in zona. La fila, lunga e  chiassosa, che intasa via Victor Hugo è la normalità del periodo di chiusura degli esercizi ricettivi. Il sussidio, secondo alcuni, è il giusto riconoscimento alla stagione lavorativa. Per altri, invece, è un contributo per trascorrere tutto l’inverno senza lavorare.

I dati dicono che, nel 2017, al centro per l’impiego sono pervenute 2592 domande, ovvero circa il 15% della popolazione elbana, compresa tra i 15 e i 64 anni. I numeri sono indicativi, perché tra i 15 e i 24 anni, il 70% dei ragazzi non lavora concentrandosi sullo studio. E anche perché dal 2015 si è dimezzata la richiesta del sussidio, dovuta anche all’entrata in vigore del jobs act e alla sostituzione dell’Aspi con la Naspi. 

Ma chi e quanti sono i lavoratori stagionali? La maggior parte di loro si considera tale perché ha un impiego nel periodo estivo, di fatto senza lavorare in inverno. Ma la definizione reale è quella che descrive i lavoratori che seguono le stagioni turistiche in diverse località (il mare in estate, la montagna in inverno), garantendosi quindi uno stipendio tutto l’anno. Elbani stagionali propriamente detti sono pochissimi. Molti preferiscono rimanere, chi per necessità chi per comodità, sull’isola. 

I giovani invece stanno scappando. Si presentano in estate per un lavoro “stagionale” per poi ritornare in città o per spendere i guadagni estivi all’estero. L’inverno è troppo lungo e lento. 

Le statistiche parlano chiaro: la stagione turistica si è compressa drasticamente nei mesi di luglio e agosto, con qualche accenno di ripresa nei primi giorni di settembre. Non basta. Perché l’isola, se non fosse per le navi che quantomeno la collegano alla terraferma ogni ora circa, è totalmente “isolata” per più di 7 mesi l’anno. Tutto chiuso. Alberghi, ristoranti, negozi – in alcuni paesi non rimane aperto nemmeno un alimentari per comprare il pane – locali notturni. Tutti preferiscono chiudere per non fare fronte ai costi di gestione. In mancanza di eventi, iniziative e soprattutto occupazione, i giovani elbani sull’isola ci torneranno sempre meno. Il mercato del low cost, prezzi bassi a fronte di lavori sottopagati, è disincentivante. Sempre più stranieri, mentre i locali scappano in cerca di fortuna. Il futuro dell’isola è a rischio, il futuro di migliaia di giovani elbani anche.

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