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Come accade ormai da almeno cinquant’anni, la terza domenica di settembre all’Elba si è aperta la stagione della caccia. Il tutto senza particolari clamori. Anche se, durante il periodo estivo, gli ambientalisti e il Parco nazionale avevano chiesto a gran voce di eliminare le aree vocate alle battute al cinghiale. Alla fine, però, non è successo nulla. Anche se, ormai, essere un cacciatore al giorno d’oggi sta diventando sempre più complicato, come spiega Graziano Signorini, presidente Federazione Italiana della Caccia, sezione di Portoferraio.

La stagione si è aperta in maniera tranquilla, nonostante gli ambientalisti. Cos’è successo?

«Avevano chiesto l’annullamento delle aree vocate per il cinghiale, ma non avendo presentato contestualmente un’alternativa per limitare la proliferazione dell’animale, alla fine si è lasciato tutto com’è. Non era fattibile fare a meno del supporto delle braccate dei cacciatori. Il cinghiale, portato sull’isola ai fini venatori negli anni ’70 – anche se sono stati trovati testi in cui si legge della sua presenza sin dai tempi dell’esilio napoleonico – si è riprodotto a dismisura, all’Elba come nel resto della Toscana, tanto da mettere a rischio la sicurezza di residenti e turisti, oltre che rendersi protagonista di razzie nei campi. I danni, però, sono il risultato della mancanza di un habitat adeguato, ovvero di aree coltivate “a perdere” nella boscaglia per far sì che gli ungulati non scendano a valle alla ricerca di cibo».

Soliti problemi a parte, all’Elba si può continuare a cacciare?

«Sì, anche se ormai non è più come un tempo. Gli iscritti sull’isola sono circa cinquecento. Ma quelli che vanno regolarmente a cacciare sono di meno. Tra di loro ci sono coloro che si dedicano esclusivamente all’attività venatoria – colombacci, tordi e merli – e altri a quella stanziale, che riguarda fagiani, lepri e cinghiali. Certo, non è semplice. Siamo stati relegati troppo a ridosso degli agglomerati urbani. Questo perché quando fu stilata la geografia del Parco, qualche “scienziato” decise di inserirvi tutte le zone più adatte alla caccia, lasciando fuori –per ovvi motivi urbanistici – tutti i paesi, le frazioni e i vari gruppi di case. Così alla fine, tra campi di calcetto, giardini e abitazioni, riuscire a cacciare senza disturbare nessuno sta diventando complicato».

È questo uno dei motivi per cui voi cacciatori siete sempre meno?

«I motivi sono diversi. Il primo è perché non è rimasta molta selvaggina da cacciare. Poi non c’è più ricambio generazionale. Una volta, qui all’Elba come nel resto d’Italia, essere un cacciatore era un onore. Parlo degli anni ’60-’70. I padri si portavano dietro i figli, fin da piccoli. Sveglia la mattina presto, prima del sorgere del sole. Una dimensione molto intima, fatta di silenzio, attesa, lezioni di vita. Un contatto con la natura e con sé stessi. Ora non succede più. I ragazzi di oggi preferiscono fare altro. Passano la notte in discoteca a bere o, peggio, a drogarsi. E, qualora ci fosse una tradizione familiare vocata alla caccia, i più giovani finirebbero per essere derisi dagli amici o, peggio, trattati come criminali. Perché quello che gli animalisti non capiscono è che questo potrà anche essere uno sport cruento, ma solo uno stolto andrebbe in mezzo alla natura a far danni».

A tal proposito, cosa pensa di quello che la Lav ha definito uno “sterminio” di mufloni?

«Il muflone non è oggetto di caccia, semmai di selezione. Il Parco nazionale dell’Arcipelago toscano ha deciso di eradicare questa specie dal territorio, insieme a tante altre, per il solo fatto di non essere autoctone. Ovvero di essere state “importate”, all’Elba come in altre isole italiane, negli anni ’60. Per carità, è indiscutibile che il muflone crei disagio a chi ha le vigne nella zona dell’Elba occidentale e per questo bisognerà trovare un rimedio. Credo tuttavia che eradicarlo per il solo fatto di non essere una specie “nativa” sia pretestuoso, perché ormai è evidente che si sia ambientato benissimo qui. Stesso discorso per i fagiani a Pianosa. Che beneficio si avrebbe dalla loro totale eliminazione? Senza contare che sono anche animali belli a vedersi, quasi un’attrazione turistica, e non sono in antagonismo con altra selvaggina nobile. Poi, se il progetto del Parco è ricreare l’Elba del 1900 con la flora e la fauna di allora, dovremmo sradicare anche pinete intere, piantate nel dopoguerra per dare lavoro agli elbani in aree dove da sempre esisteva solo la macchia selvatica. Uno sconvolgimento di ettari ed ettari di territorio. Il tutto a scapito della vegetazione tipica mediterranea che, ovviamente, non esiste più sotto le pinete. Ormai quel che è fatto è fatto. Sono dell’idea che si dovrebbe lasciare tutto com’è».

Quanto è difficile essere un cacciatore al giorno d’oggi?

«Ormai va di moda accusare il cacciatore di essere uno che disturba, spara a qualunque cosa si muova, invade la proprietà privata, uccide animali indifesi. Ma non è così. Al netto dei maleducati e di chi è privo di buonsenso – limiti mentali purtroppo trasversali a tutte le categorie – quella del cacciatore è una dimensione che racchiude molti significati che vanno ben oltre la semplice attività di “uccidere un animale” come viene dipinta da chi non la conosce abbastanza e si esprime per pregiudizi. La caccia è una realtà complessa, fatta di legami forti, con il proprio cane sì, ma anche con l’ambiente naturale che i cacciatori vivono e rispettano. Stamani mi sono alzato presto e sono andato a caccia. Eravamo in tre. Ci siamo goduti il silenzio dei poggi e la compagnia dei nostri cani. Finita lì. Non abbiamo sparato nemmeno un colpo, ma siamo tornati a casa comunque soddisfatti».

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