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Lo sport è socializzazione. Unione e sacrificio. Insegnamento. Qualsiasi sia la disciplina, da sempre è parte fondamentale della vita di un uomo. Dai primi passi, passando per l’educazione fisica della scuola elementare, ai semplici giochi ludici. Per poi diventare elemento portante della crescita adolescenziale. Le prime sfide, per una medaglia o semplicemente per un obiettivo da raggiungere, gareggiando contro se stessi e contro gli altri. 

Lo sport insegna a confrontarsi con l’avversario. Che sia un essere umano, un record da battere, un ostacolo da superare. Quello che molti possono chiamare “gioco” è alla base della costruzione del comportamento umano: da quelli individuali a quelli di squadra, sono tutti una grande espressione di socializzazione e umanità.

In Italia, col passare degli anni, si sta vivendo una lenta crisi, vittima del disinteresse diffuso della politica. Anche l’Isola d’Elba sta subendo questo fenomeno. Le istituzioni, che dovrebbero in ogni modo tutelare lo sport, se ne dimenticano. Un esempio su tutti il totale disinteresse nel contribuire alla partecipazione di una delegazione di giovani atleti elbani ai “Giochi delle Isole” dello scorso maggio. Delegazione che ha potuto confrontarsi con le isole del resto del mondo, solo grazie al contributo dello sponsor Toremar e dei genitori degli atleti.

«Bisogna investire sullo sport e sul futuro di questi ragazzi» è lo sfogo dell’elbano Mauro Canapini, ex calciatore dell’audace calcio di Portoferraio negli anni ’60. Dopo una carriera da calciatore professionista in Germania, si è trasferito in Svizzera dove tuttora vive, ma appena può torna sulla sua isola natale. 

«C’è una grande differenza di approccio allo sport tra l’Italia e la Svizzera – racconta -. Gli investimenti lì sono continui. Agli atleti viene dato il massimo per potersi allenare e svolgere l’attività sportiva al meglio. Nel paesino dove vivo, nell’arco di venti anni, avranno costruito almeno sei campi da calcio, per dirne una». 

È un problema su tutto il territorio nazionale, ma l’isola ne risente particolarmente perché separata dal mare. Le associazioni sportive hanno sempre meno contributi e nella maggioranza dei casi sono costrette a una sopravvivenza difficile. 

Eppure lo sport non è solo il gesto tecnico, è anche benessere fisico e mentale. «Deve essere accessibile a tutti – continua Canapini -. Donne, uomini, bambini, portatori di handicap. Tutti devono avere la possibilità di poter esprimere al meglio le proprie capacità. Ogni volta che torno sull’isola sembra che tutto sia fermo. Dobbiamo abbattere questo muro che ci divide dalla terraferma. Abbiamo tanti possibili campioni, ma che sono costretti ad andare fuori per allenarsi. Non è accettabile».

Un appello che va ascoltato. Consapevoli del potenziale enorme che ha lo sport di togliere da strade sbagliate i nostri giovani.

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