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È arrivata ieri la sfiducia da parte dei primi cittadini dei comuni elbani nei confronti di Mario Ferrari, sulla presidenza della conferenza sulla Sanità. Dopo la  bocciatura del piano, nato dal lavoro congiunto del sindaco Ferrari con tecnici del settore e con l’azienda ospedaliera toscana, Ruggero Barbetti ha preso il comando. Eletto con 6 voti su 7.

Il nostro referente deve essere la parte politica – ha detto in un’intervista a Il Tirreno il sindaco Barbetti – non i tecnici. L’ospedale elbano va potenziato. In questo momento ci sono 250 mila persone, voglio spostare il tavolo perché la responsabilità deve essere politica”.

Questa dichiarazione desta non poche perplessità. Cosa c’è di sbagliato nel lasciare una questione così delicata quanto fondamentale come la Sanità in mano a dei tecnici esperti? Andiamo per gradi: il piano proposto da Ferrari prevedeva un nuovo modello organizzativo che avrebbe portato, oltre al superamento dei problemi derivanti dall’insularità, anche ad un’apertura verso gli specialisti provenienti dal continente. Una sorta di “gemellaggio” con i medici piombinesi, per creare una connessione tra le due strutture ospedaliere, appartenenti entrambe alla stessa azienda sanitaria toscana. Una strategia che avrebbe permesso agli elbani di restare sull’isola per sottoporsi ad interventi programmabili, senza spostarsi in un’altra struttura.

L’unico obbligo, previsto dal programma di Ferrari, sarebbe stato quello di istituire un’unità ospedaliera complessa di rianimazione. Che è comunque fondamentale per garantire la massima sicurezza dei pazienti e dei medici. Ma Barbetti non ci sta. E si oppone su tutta la linea. Uno degli scogli da superare, secondo il sindaco di Capoliveri, sarebbe la proposta di declassazione del reparto di chirurgia da unità operativa complessa in unità semplice. Proposta avanzata in passato proprio da Anna Bulgaresi sindaco di Marciana, che oggi invece si è schierata al fianco di Barbetti.

Ma quali sono le differenze? In ambito di operatività nessuna, anzi sembrerebbe quasi più conveniente la seconda opzione proposta dal piano sanitario, proprio per garantire più flessibilità e avere uno scambio di specialisti tra le strutture, con la garanzia di un’unità di rianimazione efficiente.

Resta un dato di fatto, però, che il problema dell’Elba non sembra essere tanto l’insularità quanto i numeri. Prendere come esempio le 250mila presenze del picco estivo, non giustificherebbe un’unità complessa di chirurgia operativa tutto l’anno (quando i numeri si riducono a 30mila persone).

Al massimo, come previsto dal piano, sarebbe più opportuno il potenziamento dell’unità di emergenza e urgenza. Forse è utopico pensare di avere un “policlinico on demand”, con professionisti bloccati sull’isola per pochi interventi l’anno, togliendoli da strutture con un afflusso decisamente maggiore. L’interazione con altri ospedali toscani garantirebbe la loro presenza programmata sull’isola in base all’esigenze reali della comunità. La bocciatura del piano di Ferrari sembra essere legata a ragioni politiche, ma soprattutto poco etiche. Con la speranza che alla fine, non sia proprio la politica a mettere a repentaglio la salute degli elbani.

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