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Soldi spesi nella promozione, non per il territorio. Con l’imposta di soggiorno più fondi per tutti i comuni.

Applicata su buona parte del territorio italiano, la tassa di soggiorno è legata alla permanenza degli ospiti nelle strutture ricettive di luoghi classificati come località turistiche o città d’arte.

Un modo pratico e veloce per i comuni di “fare cassa” e investire questi proventi sul territorio. Si tratta di un’imposta variabile – fino a un massimo di 5 euro – applicata giornalmente a ogni singolo turista, sul prezzo della stanza d’albergo o dell’affitto della casa vacanza.

In alternativa, i comuni con sede nelle isole minori possono adottare un’imposta di sbarco che viene riscossa insieme al prezzo del biglietto da parte delle compagnie di navigazione che forniscono i collegamenti di linea.

Una di queste è l’Isola d’Elba, dove l’importo di questo contributo va da 1,50 a 3,50 euro in alta stagione, a passeggero. Il prossimo anno potrebbe addirittura salire a cinque. Le compagnie di navigazione danno l’intero importo alla GAT, la Gestione Associata per il Turismo che poi ne rigira una parte ai comuni. Nessun guadagno per i traghetti. Anzi.

Quando i biglietti vengono acquistati con la carta di credito, gli armatori devono sobbarcarsi anche le spese di commissione. Come vengano poi “amministrati” dalla GAT guidata da Ruggero Barbetti in parte lo abbiamo già visto. Più di un milione di euro in promozione turistica (dati 2017) che ha portato l’alta stagione a partire solo i primi di luglio.

Ma come funzionano queste imposte e perché all’Elba non avviene come nel resto d’Italia? Facendo delle proiezioni sui comuni elbani e tenendo conto della capacità, in termini di strutture e posti letto, in rapporto al flusso di presenze, porterebbe molti più fondi da investire nel territorio e soprattutto nel sociale.

Neanche un euro viene investito nei giovani e nel sociale. Perché?

Da sempre contrari alla tassa di soggiorno è Federalberghi, dove in un rapporto del 2015 sosteneva: “Il legislatore ha assunto questa decisione senza curarsi dell’impatto negativo che l’incremento della pressione fiscale produce sul settore turismo (…) un ulteriore onere viene a gravare sulle imprese turistico ricettive”.

D’altro canto, promuove proprio la tassa di sbarco, che non toccherebbe le casse
delle strutture alberghiere, bensì solo quelle delle società di trasporti. All’Elba ad influire sembrerebbe siano anche lo scarso controllo sugli hotel e case vacanza, aggravato dal fenomeno degli affitti “in nero”.

Una realtà purtroppo consolidata. Troppo ramificata anche nel tessuto sociale. Nessuno ne vuole parlare. Quindi, a conti fatti, verrebbe molto più difficile incassare questa quota.

A meno che non ci sia la voglia di farlo. Mentre applicarla al biglietto delle navi, seppur in maniera ridotta, risulta la soluzione più facile per incassare, senza andare a toccare i furbetti degli affitti.

La tassa di soggiorno avrebbe dunque un secondo importantissimo scopo: arginare i fenomeni di evasione che stanno danneggiando l’isola.

Autorità competenti e comuni avrebbero accesso a dati concreti, a tutela di tutti quegli
operatori turistici che eseguono un lavoro eccellente. In regola. A lamentarsi della tassa di sbarco sono soprattutto i turisti, che si vedono costretti ad un aumento del prezzo del biglietto della nave senza un ritorno in tema di servizi, infrastrutture, viabilità.

E senza alcuna spiegazione della ripartizione di questi fondi. Ma non solo. Questi soldi della GAT, in gran parte vengono investiti per la promozione dell’Elba e non sull’offerta del territorio.

Un danno anche sociale, se si pensa che non venga investito un solo euro nei giovani e nello sport. Categorie che, nel contesto insulare dell’Isola d’Elba, soffrono la distanza dalla terraferma. Un argomento troppo delicato.

Per i Giochi delle Isole, in pole position a far mancare il contributo alla spedizione (che ricordiamo è stata garantita dai genitori e dallo sponsor Toremar) è stata proprio la GAT.

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