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Ci siamo. Nei prossimi giorni ASA, la società che si occupa della gestione dei servizi di fognatura sull’Isola d’Elba, darà il tanto sospirato annuncio: l’impianto del Grigolo verrà chiuso definitivamente, mentre quello di Schiopparello è pronto per partire. O quasi.

Diciamo all’80 percento. La piena funzionalità, assicura ASA, si raggiungerà entro l’anno. Ma nel frattempo si può comunque iniziare. Tutti i reflui arriveranno al Grigolo e saranno pompati indietro verso il nuovo impianto. Ma attenzione: questo non significa che la puzza che appesta le vie di Portoferraio sparirà. Quella è tutta un’altra storia. Un altro progetto. Che verrà discusso col comune a tempo debito.

Al momento la priorità è che il nuovo impianto diventi operativo. E sarebbe pure l’ora: i lavori, iniziati nell’ottobre del 2013, sarebbero dovuti terminare nel 2014. Poi nel 2015. Poi nel 2017. E siamo arrivati a metà del 2018. Una gestazione lunghissima. Che ha coinvolto operai, sì, ma anche archeologi e addirittura la Soprintendenza alle Belle Arti e al Paesaggio.

Nove chilometri di condotte in pressione, stazioni intermedie di sollevamento e linee. Oltre 9 milioni di investimento totale. «Ma non si poteva interrare i tubi e farli passare in mare attraverso il golfo?» si chiede perplesso il sindaco Mario Ferrari, per oltre vent’anni dirigente dell’area tecnica della Comunità montana che, tra i vari interventi, ha gestito l’acquedotto sottomarino più lungo d’Europa. «Viste le tempistiche e i costi che hanno caratterizzato quest’opera, forse si poteva fare diversamente».

Obiezione legittima. Soprattutto se si guarda la cartina:

I tubi partono dall’impianto di Schiopparello e, a ritroso, corrono su per la provinciale 38 fino al bivio di Bagnaia. Poi vanno lungo la strada provinciale 26 (eccezion fatta per un piccolo tratto sopra la villa romana, dove han tagliato per i boschi) e arrivano davanti allo stadio, passando dalla rotatoria del bivio Boni. Giù, lungo la strada comunale fino al porto. Poi in fondo alla calata, in via dell’Amore, passando dall’arco del centro storico, fino a via delle Galeazze. Vi siete persi? Tranquilli. Basta seguire la puzza.

Questo impianto era tra quelli passibili di multa per infrazione Comunitaria se non realizzato. Ma, assicura l’ASA, il momento è arrivato. Schiopparello ha la potenzialità di oltre 20mila abitanti equivalenti, per considerare anche le fluttuazioni turistiche. Tutto è stato progettato con un abbondante margine di sicurezza.

Sono state messe in conto portate doppie, in caso di abbondante pioggia. È  il primo impianto realizzato da ASA con una speciale tecnologia all’avanguardia, “a membrane”. Una sorta di ultra-filtro, che permetterà di produrre acqua di ottima qualità dal punto di vista batteriologico da riutilizzare a fini agricoli e irrigui. Il che, in un territorio dove c’è carenza idrica, è una manna dal cielo.

Al momento siamo in fase di collaudo. Incrociamo le dita. Il Grigolo non servirà più. È un impianto che ha fatto il suo tempo. In origine, negli anni ’70, sarebbe dovuto sorgere a Le Ghiaie. Ma la spiaggia era stata da poco dichiarata zona di tutela biologica e gli abitanti protestarono affinché l’impianto fosse fatto altrove. L’allora sindaco Giovanni Fratini impose al CAE – il Consorzio acquedotti elbani, disciolto nel 1984 – di realizzarlo in una zona disabitata, individuata appunto al Grigolo. E così fu. A completare i lavori fu la Comunità montana che sostituì il Consorzio come ente gestore. Nel 1995, ci fu l’avvio dell’impianto. Ma il cattivo odore provocò la dura reazione degli abitanti.

Il consulente tecnico nominato dal giudice, nel confermare che tutto era stato realizzato in modo conforme al progetto, sia dal punto di vista edilizio che da quello sanitario, suggerì l’utilizzo di biofiltri che risolsero il problema. E l’impianto riprese a funzionare. Tuttavia, nella sentenza c’era scritto anche che la struttura era stata realizzata a meno di dieci metri dalle abitazioni. Così, i cittadini colsero la palla al balzo e ricorsero in appello. In questo caso, però, i giudici non tennero in considerazione il fatto che l’impianto fosse stato realizzato ad arte, ma si concentrarono sulla distanza. Ed emisero una sentenza lapidaria: il Grigolo doveva essere chiuso. Nel frattempo è subentrata ASA con il suo progetto ciclopico.  

ASA Spa: «è stata dura, ma ora siamo pronti»

Tempi infiniti. Costi spropositati. Ma, assicurano, un progetto decisamente all’avanguardia. Che porterà grandi vantaggi al territorio. L’unica certezza è il cattivo odore. Che, a quanto pare non se ne andrà. Almeno per il momento. Lo spiega, tra le altre cose, l’ingegnere Michele Del Corso, responsabile gestione reti fognature e depurazione dei comuni dell’ATO 5 per ASA Spa.

Quindi la puzza resta?

«Il problema è comune a tantissimi centri storici che hanno reti miste, con acque bianche e acque nere che passano dai medesimi collettori. E dove mancano i sifoni, quei tubi con la caratteristica forma a collo d’oca studiati appositamente per impedire la risalita dei cattivi odori attraverso le condotte di scarico. Quando il tubo è lineare, l’aria passa attraverso i collettori dove scorrono le acque usate e – una volta fuoriuscita – appesta tutto intorno. Ma ASA non c’entra nulla, non siamo stati noi a costruire la rete, l’abbiamo presa in gestione così com’è. Con il comune di Portoferraio – che è competente per le acque bianche – c’è l’intento di aprire questo tavolo tecnico per separare le reti. Ma è un programma di intervento capillare, complesso. La priorità adesso è il depuratore.»

Ingegnere, dica la verità: visti i tempi e i costi, con il senno di poi siete ancora convinti di aver fatto la scelta migliore?

«Far passare le condotte dal mare era apparentemente la soluzione più veloce. Ma non per questo la meno costosa. Nonostante le tecnologie all’avanguardia, l’idea di far scorrere liquame grezzo lungo il golfo metteva a disagio: si sarebbe dovuta prendere tutta una serie di precauzioni per scongiurare ogni rischio di rottura e di danno ecologico. Così si è preferito optare per una scelta più “garantista” dal punto di vista ambientale.»

Come mai ci avete messo così tanto?

«Un’opera di queste dimensioni è molto complessa e il progetto ha dovuto superare numerose difficoltà. Continui controlli e svariati riavvii. Ogni centimetro è stato supervisionato dalla Soprintendenza. Senza contare poi che sui tracciati stradali, da maggio a settembre, si lavora difficilmente. D’inverno piove. Insomma, è stato un cantiere tormentato. Ma ce l’abbiamo fatta. Questo è un ottimo risultato per l’Elba.»

Impresa epocale, ma chi ripara la strada?
di Rudolf Mernone

Per la posa delle tubature, ASA ha realizzato uno scavo lungo tutta la strada che da Portoferraio porta a Schiopparello. Un anno di lavori che ha creato disagi non solo agli abitanti del luogo, ma anche a quelli di tutta l’isola orientale. Basti pensare al traffico in tilt negli orari più caldi della giornata. Oltre il danno poi, c’è la beffa. Lo scavo – posto al centro della carreggiata – misura circa mezzo metro di larghezza ed è lungo diversi chilometri.

Il danno? Gli operai dell’ASA lo hanno riempito con del calcestruzzo provvisorio. Pericolosissimo per i biker e i ciclisti di passaggio che, per evitarlo e non correre il rischio di perdere il controllo del mezzo, sono costretti a guidare al centro della strada o ai suoi margini.

La beffa? Che dopo un anno la strada non sia stata ancora asfaltata. Il pericolo resta. Ma non solo. Sembra che l’impianto abbia avuto dei problemi durante le prove di collaudo: alcune sezioni delle tubature non avrebbero retto alla pressione di esercizio. Per superare i controlli, infatti, le condotte devono raggiungere il doppio di quella pressione senza subire danni. Ma così non sarebbe stato.

La falla sarebbe da attribuire al materiale utilizzato. Per “rimediare” e scongiurare danni pesanti, al centro della rotatoria Orti, al bivio Boni (dove, tra l’altro, ci sono diversi pozzi di Portoferraio, tant’è che se  ci dovesse essere mai una perdita si rischierebbe l’inquinamento), nella sezione più delicata dell’impianto, è stato inserito un tubo dentro un altro. In questo modo, se il primo dovesse rompersi, il secondo conterrebbe il liquame. Una toppa, insomma.

Fogne all’Elba? Un’idea di Napoleone 

Portoferraio fu fondata nel 1548. Per oltre due secoli non sentì particolarmente l’esigenza di sviluppare un adeguato sistema di smaltimento dei liquami umani. Finché, un pomeriggio di maggio del 1814, arrivò Napoleone. Che si diede subito un gran daffare per dare una “risistemata” all’Isola. In tema di fogne, stabilì che ogni proprietario dovesse pagare un’imposta ogni sei mesi; esentati coloro che avessero provveduto a costruire una latrina o un pozzo nero e dei canali per le acque “sporche”.

Chi non lo avesse fatto avrebbe pagato il doppio. Il tutto a poco meno di due mesi dal suo arrivo. Napoleone lasciò l’Elba nel febbraio del 1815, ma in quei cento giorni lasciò il segno. Gli abitanti capirono l’importanza di adottare sistemi, elementari ma efficaci, per allontanare i residui organici e le acque luride dal perimetro urbano. Tutto finiva in mare. Ma a quei tempi ci si preoccupava poco di queste cose. Solo nella seconda metà del secolo scorso si avvertì il problema. Un periodo che coincise con lo sviluppo turistico dell’Isola. Nel 1972 il CAE espresse l’intenzione di costruire, oltre agli acquedotti, anche le fognature. Tenendo conto del problema dell’inquinamento.

A metà degli anni ’70 si decise di realizzare tredici condotte sottomarine per allontanare i reflui fognari in alto mare, sfruttando la sua naturale capacità di “diluizione”. Arrivarono i primi impianti di trattamento. Nel 1984 al CAE subentrò la Comunità Montana. Negli anni ’90 le condotte in mare diedero segni di cedimento. Seguirono rifacimenti e nuovi impianti, spesso ceduti in subappalto a soggetti privati. Col risultato di una forte frammentazione nella gestione del servizio. E i relativi problemi.

 

                                             
                                     

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