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Antonio Patuelli e l’Isola d’Elba, luogo di rigenerazione del cuore

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Dalla città bizantina che fu capitale dell’Impero romano, all’isola dell’imperatore. Non poteva che esserci amore tra Antonio Patuelli e l’Elba. Amore giovanile, coltivato e cresciuto nel tempo.

«L’ho scoperta da ragazzo. Sono romagnolo di Ravenna nato a Bologna, sono sempre andato al mare tra le spiagge riminesi, Cervia e quelle ravennati. Un giorno con alcuni amici, appena avuta la patente, siamo partiti prendendo un modesto albergo a Piombino. La mattina dopo andammo all’Elba senza macchina, troppo complicato, e scoprii un mondo completamente diverso. Un mondo acquatico e monumentale. Acquatico perché l’acqua dell’Adriatico non è comparabile con le trasparenze elbane. Monumentale perché l’ingresso a Portoferraio è emozionante, inferiore solo all’ingresso nel Corno d’Oro a Istanbul e all’arrivo a Venezia dal mare. Anzi, la definizione di Portoferraio è quasi distorcente perché dovrebbe chiamarsi ancora Cosmopoli, il vecchio nome, un misto tra Cosimo de Medici che la fondò e una città cosmopolita, un porto aperto e sicuro, un luogo di incontri internazionali».

Un amore a prima vista, insomma.

«Proprio così. Consolidato con quella che è diventata mia moglie, Giulia, che mi invitò all’Elba nell’estate del ‘79 . Trovai un’isola in larga parte ancora molto ben conservata, non rovinata da una edilizia eccessiva, dove si possono ancora vedere le lucciole, dove le stelle sono visibili in modo più nitido. Ricordo la telefonata da casa di mia moglie a mia mamma nel 79: le dissi che mi sembrava di essere tornato bambino nella mia Viserba dove si vedono stelle e lucciole perché l’ambiente è ben conservato».

A cominciare del mare.

«Certo, sia spiaggia sia mare. Mi ero appassionato alla vela in acque più semplici, piatte. All’Elba ho imparato a misurarmi con le brezze che si insinuano nell’arcipelago, che scendono dalle montagne».

Il mare, un vizio di famiglia?

«Certamente nelle tradizioni di una parte della famiglia di mia moglie: mare e Elba. Mio suocero era Ammiraglio, lo zio di mia moglie era presidente di tribunali e nella sua attività ha sempre cercato le sedi più vicine all’Elba per tornare il più possibile anche fuori stagione. La zia di mia moglie, Lida, è stata insegnante di lettere al liceo di Portoferraio. Quindi il tessuto delle frequentazioni non solo estive era intensissimo, e io, mia moglie e mia figlia viviamo altrettanto intensamente queste radici. Qualcosa di più del luogo delle vacanze, il luogo della rigenerazione culturale. Io per tutto l’anno metto da parte una selezione di libri per poterli leggere all’Elba, ed è una della fasi dell’anno in cui scrivo di più».

Via i libri, si metta costume e scarpe da trekking. Arriva all’Elba un ragazzo come Antonio Patuelli nel 1979. Ha un paio di giorni, gli faccia lei da guida.

«Gli farei fare un giro polivalente. Le acque devono essere viste e vanno scelte a seconda dei venti. Rifuggo da definizioni su qual è il mare più bello: dipende dal giorno. Anche le montagne vanno assolutamente viste. È raro trovare un luogo di queste dimensioni dove nel giro di pochi chilometri si passa da una cultura marina a una cultura e tradizione montana. Poi la monumentalità, a partire da Napoleone, le due regge, e il complesso delle fortezze, la Cosmopoli, con il bacino della darsena vecchia che in tempo di guerra veniva chiusa con una catena tra la Torre del Gallo e quella del Martello, la Linguella. Lo stesso metodo che usavano i bizantini per chiudere il Corno d’oro, efficace per un millennio. La porta a mare da cui entrò Napoleone dava l’idea di un luogo imprendibile, quando al posto del viale che porta dai traghetti alle Ghiaie vi era un canale difensivo che faceva di Portoferraio una fortezza isolata anche dal resto dell’Elba, un’isola nell’isola».

Il punto di forza dell’Elba di oggi?

«Senza dubbio la qualità del mare e il clima. Siamo a una latitudine centrale in cui la stagione calda si prolunga molto più a lungo della stagionalità turistica attuale. Non c’è bisogno di andare nelle zone più a sud d’Italia. Basta andare in alcune parti del nord dell’isola, tipo Forno, particolarmente protette, o nel sud. Signori, qui si può mangiare all’aperto nella darsena di Portoferraio anche a dicembre e gennaio!»

E il punto di debolezza?

«L’organizzazione turistica. Il servizio dei traghetti è cresciuto perché è aumentata l’offerta in termini di numero e di qualità, e perché la fusione tra Moby e Toremar ha semplificato i passaggi consentendo a chi ha già un biglietto di partire anche prima. Ma il resto della organizzazione è rimasto a 40 anni fa. Voli addirittura inesistenti, cancellati i collegamenti con Roma Urbe, Pisa, Firenze, Milano, Bologna. E i treni arrivano a Piombino come quando andai io per la prima volta. Diciamo che l’organizzazione turistica è romantica. Nessuno me ne voglia se dico che se facessimo un innesto di organizzazione turistica romagnola ci avvicineremmo all’ottimo».

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