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Lymantria dispar

Conclusasi da poco la popolare “Festa delle farfalle” a Monte Perone, l’Isola d’Elba è alle prese con un altro lepidottero, meno grazioso e più malefico. Si chiama Lymantria dispar ed è capace di fare danni incredibili.

Basti pensare che è stata inserita nell’elenco delle 100 specie invasive più dannose al mondo. Mangia tutto: piante da frutto, come i meli e le viti, ma anche le piante ornamentali. E le foreste. Dopo il suo passaggio, non solo le piante seccano – le larve sono voraci defogliatori – ma dopo, e per parecchi anni, non fruttificano più. «Un danno esponenziale – spiega Carlo Gasparri, coordinatore della commissione Ambiente della Fondazione Isola d’Elba – soprattutto se si pensa alle querce, alberi da ghianda, che danno cibo a molti animali nei boschi».

La Lymantria dispar all’Elba c’è da tempo, ma finora si trattava di pochi esemplari. «Una decina di anni fa è arrivata a Rio Marina, nel territorio della miniera, attaccando una trentina di ettari di terreno – spiega Gasparri –. L’anno dopo gli ettari distrutti erano 150. Da Rio Marina è arrivata quasi a Marina di Campo. Piano piano sta appestando tutta l’Elba».

Per debellarla ci vorrebbero stagioni molto fredde che, qui sull’Isola sono rare. Oppure il Bacillus, un batterio che vive nel terreno. Facile ed economico. Tuttavia nessuno si muove per fermare questo disastro.

«I comuni se ne lavano le mani. Il Parco nazionale idem, sebbene abbia colpito anche al suo interno. Con la Fondazione Elba sto cercando di puntare i riflettori su questa situazione». Ma per ora, per pigrizia forse o superficialità, si preferisce ignorare questo perfido animaletto. Finché non sarà tardi.                    

1 COMMENTO

  1. Salve, purtroppo la questione non è così “facile”. La Lymantria d. è una specie estremamente invasiva, ed il suo controllo, in un ecosistema complesso come quello della macchia mediterranea, non può basarsi sull’utilizzo del Bacillus (mi riferisco al B. thuringiensis), poiché non può essere prelevato dal terreno. È un batterio che viene utilizzato in agricoltura biologica, ma ha un costo (elevato considerata la superficie di trattamento), una durata limitata (è ucciso dalla luce intensa, dal caldo, dilavato dalla pioggia e deve essere quindi direttamente ingerito dalla larva entro 12-24 ore) e delle controindicazioni (il trattamento è pericoloso anche per altri lepidotteri!).

    La situazione è molto complessa, ed un entomologo (un professionista, a differenza di me che sono un semplice studente) può sicuramente spiegarvi tutto ciò con molta più chiarezza. Le soluzioni ci sono, ma non sono semplici, e richiedono esperienza e conoscenza. Spero che possiate chiarire la questione, molto delicata, chiedendo aiuto ad uno dei numerosi studiosi presenti sul territorio, che saranno certamente felici di poter evitare un’informazione fuorviante.

    Claudio

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