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Tore dell’Elba sulle orme di Teseo Tesei

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Trentasei intensi anni in Marina fatti di tanti sacrifici e densi di successi. È la carriera, tutt’altro che finita, dell’ammiraglio di Divisione Salvatore Vitiello, o come lui stesso ama firmarsi, anche in calce a documenti ufficiali, Tore dell’Elba. Classe 1962, nato e cresciuto a Marina di Campo, l’alto ufficiale, dal 21 novembre scorso, è al vertice del Comando Marittimo Sud a Taranto, con un’area di competenza che va da Civitavecchia a Pescara, passando per Reggio Calabria. Incarico molto importante che l’ammiraglio elbano certamente ricoprirà con la professionalità e l’umiltà che da sempre caratterizzano il suo operato. Nella lunga intervista rilasciataci in esclusiva, il comandante di MariSud non ha perso occasione di sottolineare con orgoglio le sue radici e quanto sia affettivamente legato allo Scoglio.

Ammiraglio Vitiello come nasce l’appellativo di Tore dell’Elba?

«La risposta è molto semplice, Tore è il diminutivo di Salvatore che usavano per mio nonno, e dell’Elba perché sono sempre stato orgoglioso delle mie radici. Sono nato a Marina di Campo nel 1962 da una famiglia di pescatori di origini ponzesi, come si può intuire dal mio cognome. Lì ho frequentato le scuole elementari con lo stesso maestro di mia madre».

 

Quanto l’Elba ha influito nella sua decisione di intraprendere la carriera militare?

«Tantissimo, ma è stata una conseguenza quasi naturale. Innanzitutto, sono nato in una famiglia di naviganti e il mare ha sempre avuto un ruolo importante nella mia vita. Inoltre, avendo vissuto l’infanzia a Marina di Campo, dove qualsiasi cosa è intitolata al nostro grande eroe della Marina, Teseo Tesei, sono cresciuto con il mito di questo ingegnere navale che aveva inventato il siluro a lenta corsa, che ha dato dei risultati straordinari nella seconda guerra mondiale. Quindi il fattore ambientale unito al fascino della storia hanno costituito una fonte di attrazione fortissima. Ho cominciato ad accarezzare l’idea di frequentare l’Accademia navale di Livorno durante i primi anni di Liceo a Portoferraio, fino a quando un giorno decisi di fare la domanda. Superai le selezioni, che come oggi erano molto dure, al primo colpo e così prese inizio la mia carriera in Marina».

Quanto è forte il suo legame con l’Isola?

«È il posto della mia infanzia e adolescenza, tutta la mia famiglia vive a Marina di Campo, i miei amici d’infanzia con i quali spesso parlo telefonicamente sono sullo Scoglio, insomma i miei affetti e i miei ricordi sono all’Elba. Quando ero Guardiamarina ai tempi dell’Accademia tornavo tutti i fine settimana e la domenica con la barca a vela di un grande amico, Mario Lanera, vincevamo tutte le regate. Si chiamava Fortunello, era praticamente un missile e non ci batteva nessuno. Conservo, inoltre, vivida l’immagine dell’ultimo giorno della mia campagna addestrativa, quando da allievo di prima classe a bordo del Vespucci, ormeggiammo in rada a Portoferraio: un’emozione indescrivibile, era il 1982 l’anno in cui vincemmo i mondiali di calcio. In un’altra occasione, invece, al comando dello Zeffiro ho avuto la possibilità di venire alla fonda proprio nel mio paese, a Marina di Campo. I due chilometri di spiaggia del mio golfo sono unici, li porto sempre con me: non sono un ricordo, ma una cosa viva. Purtroppo ora i tanti impegni mi tengono lontano, ma quando posso torno sempre. Aggiungo, con un pizzico di orgoglio e dopo aver navigato per il mondo, che la nostra Isola non ha nulla da invidiare a nessuno. Il nostro mare, le nostre spiagge per non parlare delle altre isole dell’Arcipelago, sono uno spettacolo. Abbiamo avuto la fortuna di essere nati in un paradiso terrestre che in qualche modo il canale di Piombino ha preservato, separandolo dal Continente, perché bisogna andarci in modo dedicato, non ci si arriva per caso. Conservandoci anche nella nostra identità di elbani. Sì nelle mie parole c’è un po’ di campanilismo, c’è sempre stato anche tra noi isolani, ricordo ad esempio che al liceo i Portoferraiesi erano gli eletti, i cittadini, mentre noi di Marina di Campo e degli altri Comuni, eravamo i provinciali».

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