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Perché non valorizzare Pianosa?

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di Fulco Pratesi*

I miei ricordi riguardanti l’isola di Pianosa sono distribuiti nel tempo e frammentari. Nelle escursioni in barca a vela verso Montecristo (allora affittata a privati e oggi Riserva dello Stato compresa nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano), mi capitava a volte di passare al largo dell’allora Isola penitenziario dalle coste basse e dorate. E in una puntata a scopo di pesca subacquea verso i lontani Scogli di Africhella, di cui si favoleggiava una fauna marina ricchissima, le passai non molto al largo. E lo spettacolo provato a vedere l’Africhella circondata da cabinati e pullulante di subacquei, che neanche nel mio Argentario, mi deluse molto.

L’occasione, in anni passati da presidente del Wwf, di visitare le tre colonie penali della Provincia di Livorno mi arrivò quando un famoso ed attivo Direttore degli Istituti di Pena chiese al Wwf se potessimo essere interessati ad una valorizzazione turistico/educativa delle Colonie Penali di Gorgona, Capraia e Pianosa all’interno di un’opera di riabilitazione dei detenuti. Così, superando i divieti allora molto severi, fummo portati a visitare le tre isole e anche quella di Pianosa. A parte gli stabilimenti carcerari dove non ci fu consentito di entrare, facemmo un rapido esame delle caratteristiche naturali del luogo. Il mare, allora precluso ad ogni frequentazione anche subacquea, ci affascinò. Ricordo un’immersione attorno all’isolotto della Scola in cui, su un tappeto densissimo di posidonie vagavano grandi branchi di salpe e occhiate, saraghi e mormore non terrorizzati dal nostro innnocuo snorkeling. A terra, ridotte al minimo le macchie di un tempo, la vegetazione, a parte piccoli coltivi a cereali, si presentava nel solito aspetto degli ecosistemi mediterranei dopo la scomparsa dell’antica foresta sempreverde: rosmarini, cisti, elicrisi e, prostrati dall’aridità e dal vento, lentischi, mirti e filliree, residui della precedente macchia mediterranea. Tra i cespugli, le lepri. Lepri che, a un primo esame degli ecologi, si pensava appartenessero alla rara specie della lepre italica, ma che più recentemente pare siano state invece classificate come le autentiche lepri europee, altrove ibridate e non più autentiche. Le belle e colorate pernici che si involavano allora dai cespugli, che credevo fossero le magnifiche pernici rosse un tempo comuni all’Isola d’Elba, mi dicono siano coturnici di allevamento rilasciate dai reclusi. Reclusi che allora come oggi, collaborano con buona volontà e impegno, insieme agli agenti della Polizia penitenziaria, alla tutela della natura isolana secondo le regole del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, istituito nel 1996 e diretto oggi brillantemente da Franca Zanichelli.

*Presidente onorario Wwf Italia.

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