Home Cronaca Quando l’ex comandante Palazzo fu minacciato dal boss

Quando l’ex comandante Palazzo fu minacciato dal boss

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«Sono stato un breve tempo nel carcere dell’isola di Pianosa e questo per ora mi basta. Ricordare è un impegno che in questo momento non s’accoda con le cose che mi fa piacere fare». Con queste parole ha risposto alla nostra richiesta di raccontarci il periodo detentivo passato ‘sull’isola del diavolo’, il fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio.

L’ex brigatista, insieme a Pietro Sofia, Carmine Alfieri, Pasquale Barra e Bernardo Brusca sono solo alcuni dei nomi che si possono ancora leggere scorrendo gli archivi del carcere di Pianosa. Ma più degli schedari impolverati, che in parte sono ancora nelle stanze ormai chiuse e abbandonate dell’amministrazione carceraria, a custodire la memoria storica delle case di detenzione dell’Arcipelago toscano è Mario Palazzo, ex capo della Polizia penitenziaria di Porto Azzurro.

Per oltre quarant’anni Palazzo è stato a stretto contatto con detenuti di ogni genere, da terroristi a capi mafia, e nel 2012 nelle oltre 240 pagine di ‘Galere’ ha ripercorso e raccontato attraverso aneddoti e storie la sua esperienza. «Venni convocato il 25 agosto del 1987 dall’allora direttore Nicolò Amato – ricorda nostalgico Palazzo – quando si scatenò la famosa rivolta organizzata dal terrorista nero Mario Tuti. In quella occasione venni nominato comandante della Polizia penitenziaria di Porto Azzurro, dove sono rimasto fino al 2004, anno in cui sono andato in pensione».

Colpisce molto, nonostante le mille esperienze non sempre positive con detenuti anche pericolosi, la visione che Palazzo ha maturato negli anni della struttura carcere e della sua funzione. «Negli anni – racconta – in queste celle sono passati alcuni tra i più importanti rappresentanti della criminalità organizzata, terroristi rossi e neri, killer, rapinatori e componenti di bande molto note. Una volta Pasquale Barra (killer della nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, ndr) soprannominato ‘o animal’ mi disse che ero un morto che cammina».

Traspare dai suoi racconti un uomo non indurito dagli anni passati a svolgere un lavoro particolarmente delicato come il suo. Nulla di più distante dallo stereotipo del ‘secondino’ dedito ai maltrattamenti. «Il carcere è un luogo in cui vengono inviate persone che hanno commesso degli errori. Certamente anche per essere puniti ma soprattutto per offrirgli la possibilità di riflettere sugli errori commessi, non deve essere un luogo di tortura».

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