Home Sport Calcio L’abbraccio con Klinsmann e l’affetto per Riva

L’abbraccio con Klinsmann e l’affetto per Riva

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Di medici dello sport con il curriculum di Enrico Castellacci ce n’è pochi. Forse nessuno. L’affermato specialista in chirurgia ortopedica, nato a Portoferraio 65 anni fa, ha scalato tutte le categorie calcistiche come medico di squadra, partendo dalla serie C con la Lucchese e arrivando fino al punto più alto: la vittoria del Mondiale nel 2006 con la Nazionale. Una continua entusiasmante escalation, che tra ritiri, qualificazioni, amichevoli e tornei ufficiali continua a portare il dottor Castellacci in giro per il mondo con la maglia azzurra, ma sempre con l’Elba nel cuore. «Sono orgoglioso di sentirmi elbano – ci rivela il medico della Nazionale – pur avendo vissuto poco nell’isola. L’ho lasciata dopo la maturità, che conseguii al Liceo Foresi, e ci tornai stabilmente solo per un breve periodo negli anni Ottanta, quando lavoravo all’ospedale di Portoferraio. Il richiamo dello ‘Scoglio’, però, è sempre stato fortissimo e, appena possibile, vengo a godermi un po’ di relax nella mia abitazione di Capoliveri, con quella vista sul Golfo Stella che mi inebria incredibilmente».

I suoi genitori erano elbani?

No, ma una volta raggiunta l’isola ci rimasero per tutta la vita. Mia mamma era preside alle scuole medie di Rio Marina, mio padre faceva il Carabiniere.

Lasciata l’Elba, qual è stato il suo excursus professionale?

Mi sono laureato in medicina a Pisa, per poi specializzarmi in ortopedia, fisioterapia e medicina dello sport, le tre aree che più di tutte mi appassionavano. Iniziai a lavorare a Lione con un maestro del settore, il professor Tria, che all’epoca era l’ortopedico della Nazionale francese. Lo guardavo con ammirazione, ancora non sapevo che tanti anni dopo avrei fatto la sua stessa carriera. Dopo quel periodo, ho fatto per vent’anni il primario nel reparto di ortopedia e medicina dello sport, a Lucca, e diretto il centro di ricerca sulle cellule staminali. Nel contempo, iniziai l’insegnamento universitario: prima a Siena, poi a Pisa, Roma e attualmente a Messina. Lasciato l’ospedale, oggi opero anche in diverse case di cura a livello ortopedico e dirigo il centro di riferimento nazionale per la chirurgia con le cellule staminali.

Com’è arrivato, invece, a diventare medico della Nazionale di calcio?

La mia passione per la medicina è sempre andata di pari passo con quella per lo sport e l’incontro con il professor Tria fu senz’altro determinante ad alimentare entrambe. Parallelamente all’attività ospedaliera, iniziai a seguire il calcio con la Lucchese, che militava in serie C. Da lì ho risalito tutte le categorie fino alla serie A, poi fu Marcello Lippi, nel 2004, a chiamarmi direttamente per entrare nello staff degli azzurri.

Di campioni che sono passati sotto le sue sapienti mani ce ne sono tanti. Qual è quello a cui si sente più legato?

Non uno in particolare, ma ho un’amicizia consolidata con quei giocatori che erano, o sono, presenze fisse tra le file della Nazionale: Cannavaro, Gattuso, Buffon…

Lei conosce molto bene anche un altro mito del passato, Gigi Riva, detto anche ‘Rombo di tuono’…

Ebbi la fortuna di essergli amico quando lavorava per la Nazionale. Non era un personaggio comune, ma straordinario sia calcisticamente che umanamente, un gran galantuomo. Ancora oggi è il capocannoniere degli azzurri con 35 gol in incontri ufficiali e a vedere la sua foto in bacheca a Coverciano ancora mi emoziono.

La formazione della Nazionale è composta ogni volta da giocatori diversi, a seconda delle convocazioni. Come si trova un medico a non poter tenere sotto controllo gli stessi atleti per un periodo prolungato?

L’aver a che fare con giocatori nuovi e per archi di tempo brevi ed episodici è una caratteristica intrinseca di ogni Nazionale. Bisogna prenderne atto e adattarsi a questi periodi. Il problema, in realtà, riguarda di più l’aspetto tecnico che medico. Personalmente, sono costantemente in contatto con i colleghi dei vari club per tenere sempre monitorata la condizione atletica dei convocati.

Rispetto a un tempo, oggi le esigenze televisive fanno sì che si disputino partite ogni tre giorni e che ci si aspetti sempre il massimo rendimento dai giocatori. Com’è cambiato il compito del medico col maggior rischio di infortuni che ne consegue?

Oggi non solo si gioca ogni tre giorni durante il campionato. I giocatori non hanno respiro nemmeno d’estate, per via dei numerosi tornei estivi richiesti dal business televisivo. Bisogna inevitabilmente porre più attenzione alla prevenzione e cercare di ottimizzare la preparazione precampionato in ragione del poco tempo a disposizione.

Ci sono giocatori omosessuali in Nazionale?

Nella mia esperienza non ne ho mai incontrati, almeno che io sappia, forse perché non ho modo di conoscere a fondo le personalità di ognuno. Come in tutte le sfere sociali, penso che il calcio non sia esente dalla presenza di atleti omosessuali e che quindi l’idea del calcio come sport ‘macho’ sia un falso mito.

Cosa ne pensa del problema del doping e dei casi mediatici che hanno destato scalpore prima e durante le Olimpiadi di Rio?

Non entro nel merito dei casi specifici. Il doping è sempre esistito ed esisterà ancora in futuro, perché debellarlo completamente è molto difficile. Certamente si sono fatti dei grandi passi in avanti con i controlli, il che ha permesso di arginare parzialmente il fenomeno. Penso che l’Italia sia uno dei paesi più all’avanguardia nella lotta contro questa piaga dello sport.

La partita più bella e più brutta che ha visto dalla panchina azzurra…

Ho 150 panchine all’attivo e di partite brutte ne ho viste tante. Il calcio è bello perché è pathos, una montagna russa di gioie e dolori. La partita che mi è rimasta nel cuore più di tutte, contrariamente a quanto si possa pensare, non è la finale Italia-Francia dei Mondiali 2006, ma la semifinale con la Germania. A Dortmund, nella tana del leone, dove la Germania non aveva mai perso, impartimmo una lezione di calcio ai tedeschi vincendo all’ultimo minuto ai supplementari. Dopo la vittoria, mi fermai sulla panchina mentre tutti gli altri andavano negli spogliatoi a festeggiare. Riflettei invece sulla fortuna che avevo avuto, sia a livello sportivo che professionale e umano, nel poter accedere a una finale mondiale. Andando poi verso gli spogliatoi, incrociai Klinsmann, allora ct dei tedeschi. Pensai al suo stato d’animo: un allenatore che perde all’ultimo respiro la possibilità di giocarsi la finale mondiale davanti al proprio pubblico. Gli dissi: «Non riesco a dirti che mi dispiace perché avete perso. Ma che umanamente sono addolorato per te, quello te lo posso sinceramente dire». Lui mi abbracciò e mi rispose: «Non preoccuparti, ricordati che siete i più forti». E così è stato (si commuove, ndr).

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