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Recuperiamo il monastero di Montecristo

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di Marcello Camici

Giustino Farnedi, abate benedettino, vice direttore del centro storico benedettino italiano e archivista dell’abbazia di S. Pietro di Perugia, dalle pagine di questo giornale (n 11 anno LXV 1 giugno 2016), durante un’intervista rilasciata a Lorenzo Paussa, ha lanciato un appello al ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini. L’intervista è stata rilasciata a margine di una importante conferenza organizzata al centro culturale De Laugier di Portoferraio dall’associazione amici di Montecristo, (www.amicimontecristo.it), dall’università di Perugia e dal comune di Portoferraio nel marzo 2016, intitolata “Monastero di S. Mamiliano a Montecristo. Conoscenza e Valorizzazione”. Al convegno sono stati presentati i risultati dello studio sullo stato attuale dei ruderi del monastero. I relatori, tutti docenti universitari, hanno mostrato il risultato dei loro studi alla presenza dell’architetto Scoppola, dirigente generale del ministero dei Beni Culturali. Assenti Sammuri, presidente del Parco, Vagniluca, capo ufficio del corpo forestale di Follonica che gestisce l’isola, il vescovo della diocesi di Populonia, seppur invitati. Questo l’appello: “RECUPERIAMO IL MONASTERO DI MONTECRISTO”.

L’appello non deve cadere nel vuoto. Il monastero di S. Mamiliano non è una piccola realtà come afferma l’abate nell’intervista. Con i suoi mille anni di vita monastica, rappresenta una perla importante del monachesimo insulare tirrenico, una pagina di storia che non va dimenticata. Per chi volesse saperne di più invito a leggere quanto ho scritto nel libro “Montecristo” (Persephone editore. 2015) pubblicato col sostegno dell’associazione amici di Montecristo. Il suo valore sta nel patrimonio culturale e religioso che racchiude e il recupero appare indispensabile tenuto conto che la valorizzazione di questo bene culturale ha una ricaduta positiva sull’altro grande patrimonio che l’isola possiede: quello naturale. E’ infatti patrimonio l’insieme di cose, dette più precisamente beni, che per particolare rilievo storico, culturale ed estetico sono d’interesse pubblico e costituiscono la ricchezza di un luogo e della relativa popolazione. Il sostantivo “patrimonio” allude al valore economico attribuito ai beni che lo compongono proprio in ragione della artisticità, storicità e all’estetica. I beni culturali sono quel sistema di cose che fanno il “patrimonio”. Possono essere artistici, storici, architettonici, archeologici, ambientali e naturali, centri storici, beni librari, biblioteche, beni archivistici, musei ecc. Tanto per intenderci: Napoleone Bonaparte è per l’Elba un bene culturale di tipo storico. L’abate ha detto che è necessario che le autorità istituzionali, che sono il comune di Portoferraio, in quanto il monastero giace nel suo territorio amministrativo, il corpo forestale dello stato, gestore da sempre dell’area protetta, la soprintendenza ai beni culturali, per sua competenza istituzionale, il parco, nuovo gestore che si è aggiunto, si coordinino tra loro per questo scopo: il recupero del monastero di Montecristo. Ha fatto bene ad indicare questa necessità di coordinamento perché se la loro azione non ha coordinamento l’obiettivo non si raggiunge.

Come e dove può nascere il coordinamento? Dagli stessi enti? Da qualcuno o qualcosa che sta all’esterno di loro e li sovrasta? Domande inutili se prima le dette autorità istituzionali non si mettono in azione. Nessuno di loro infatti ad oggi ha risposto all’appello. Temo che l’appello dell’abate cada nel vuoto. Nel vuoto e nel dimenticatoio più assoluto. Sarebbe già molto se intanto si procedesse alla realizzazione della pulizia degli arbusti tramite università americana come proposto da Giustino Farnedi. L’abate Farnedi termina l’intervista dicendo che scriverà una lettera al ministro Franceschini: se lo ha fatto, lo invito a renderla pubblica. In Italia, a me pare che maggiore l’attenzione dell’opinione pubblica è verso i beni culturali di tipo ambientale e naturale e minore è verso i beni culturali di tipo artistico, archeologico, architettonico. Per quanto riguarda l’Elba, i fatti lo dimostrano: la situazione è preoccupante. Affermando ciò, penso ad emergenze visibili come: le chiese romanico-pisane (S.Lorenzo a Marciana e S. Giovani a Campo per le quali una proposta di studio per valutare il loro stato attuale giace da tempo al parco nazionale dell’arcipelago toscano senza alcuna risposta; i palazzi storici presenti e diffusi nei paesi; la fortezza di Luceri a S. Lucia; la fortezza di Castiglione di S. Martino e di Monte Castello presso Procchio; il forte del Giogo a Rio; la ridotta di S. Rocco a Portoferraio; i ruderi della villa romana di capo castello a Cavo. Mi fermo qui perché la lista è molto lunga. Per non parlare poi di quella dell’archeologia sottomarina. Ora, se i soldi per far fronte a queste emergenze che sono visibili perché non sotto terra sono pochi e/o insufficienti, essi vanno usati per far fronte a queste emergenze del patrimonio culturale prima di tutto.

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