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Il padre di Gabriele Detti: “Mio figlio in acqua già a 8 mesi”

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Il campione Gabriele Detti rappresenta un pizzico d’Elba nei recenti successi degli atleti italiani ai campionati europei di nuoto a Londra. Il padre Corrado è infatti nostromo a bordo dell’Aethalia della compagnia Toremar, uno dei traghetti che operano sulla rotta tra Portoferraio e Piombino. I suoi occhi brillano ancora al pensiero di quell’oro, il primo della carriera del 21enne livornese, sui 400m stile libero e a quella straordinaria frazione, percorsa in 1’45”39, con cui Gabriele ha trascinato la squadra azzurra al bronzo nella staffetta 4x200m. «Farò di tutto per poterlo seguire dal vivo alle Olimpiadi di Rio», dice papà Corrado, speranzoso che Gabriele possa tornare a casa con un’ulteriore medaglia dalla sua seconda esperienza a cinque cerchi.

Signor Detti, ci racconta le prime bracciate di Gabriele?

Lo abbiamo letteralmente buttato in acqua a soli otto mesi, incoraggiati da mio cognato che lavorava in piscina. Ha svolto tutti i corsi per bambini, sempre con grande entusiasmo, e da lì si può dire che non è mai più uscito dall’acqua.

Quando si è reso conto che suo figlio sarebbe diventato un campione?

Non c’è un momento preciso. Anche se, quando da esordiente iniziò a vincere le prime gare, era intuibile che la stoffa c’era. È chiaro che un genitore spera sempre che il figlio arrivi molto in alto, ma all’epoca non potevo nemmeno immaginare che Gabriele, un giorno, avrebbe raggiunto le Olimpiadi. Un giorno, peraltro, nemmeno tanto lontano, dato che si qualificò per i Giochi di Londra 2012, ad appena 17 anni.

Come faceva, in quel periodo, a conciliare lo studio con allenamenti e gare?

Per lui è stata parecchio dura, perché in Italia, purtroppo, la scuola non incoraggia minimamente i ragazzi a fare sport ad alto livello. Durante questi ultimi Europei, a Londra, ho notato con stupore la moltitudine di scolaresche che venivano por tate in piscina per seguire le competizioni e fare il tifo. Da noi, invece, è difficile perfino ottenere il permesso di assentarsi uno o due giorni da scuola per gareggiare. Spesso Gabriele veniva interrogato il giorno dopo una manifestazione importante, quasi come se si trattasse di una punizione.

Se Gabriele non fosse un nuotatore professionista, che strada avrebbe preso?

Sarebbe comunque rimasto nell’ambito sportivo. Avrebbe voluto iscriversi a scienze motorie, o comunque ad una facoltà senza l’obbligo di frequenza, ma al momento l’impegno nel nuoto professionistico è troppo grande.

Lei riesce a seguirlo nelle grandi rassegne internazionali?

Quando è possibile sì. Nella settimana degli Europei, fortunatamente, sono riuscito a scambiare i miei turni con un collega. Sono belle esperienze anche per me, in quanto, nelle pause tra una gara e l’altra, ho modo di visitare città nuove in diverse parti d’Europa e del mondo.

Dopo tanti piazzamenti dietro all’amico Gregorio Paltrinieri, è arrivata finalmente la prima medaglia d’oro, sui 400m stile libero, agli Europei di Londra…

Ho visto Gabriele veramente al settimo cielo. Aveva raggiunto l’apice della forma 15 giorni prima, in occasione dei campionati italiani assoluti, ed è stato bravo a mantenerla fino agli Europei. Scaricata l’adrenalina, dopo la vittoria sui 400m, ha nuotato i 1500m in un tempo che non lo ha soddisfatto a pieno, ma che gli ha consentito ugualmente di arrivare secondo dietro all’insuperabile Gregorio. A quel punto era stanco, ed era difficile pensare a un’altra impresa. E invece, dopo gli 800, è riuscito a sorprendere tutti nuotando un frazione da paura nella staffetta 4x200m.

Siete livornesi doc, ma il suo lavoro la mantiene a stretto contatto con l’Elba. Gabriele, invece, che rapporto ha con l’isola?

È venuto all’Elba qualche volta in vacanza, assieme a Paltrinieri e a Samuel Pizzetti, ma non la conosce molto bene. Le occasioni per girarla, finora, non sono state molte. Ha fatto qualche bracciata in mare, ma preferisce la piscina perché teme l’acqua troppo profonda.

Chiudiamo con un aneddoto, un fatto divertente che ci vuole raccontare.

Gabriele è anche appassionato di scarpe e guarda con invidia la vastissima collezione di un altro campione di nuoto, lo statunitense Ryan Lochte. «Ma quante scarpe c’hai?», gli ho chiesto scherzosamente quando, di recente, ha comprato l’ennesimo paio, e lui mi ha risposto che non saranno mai tante quante quelle di Lochte. «Meno male – ho ribattuto – altrimenti a quest’ora saremmo sul lastrico. Anziché sulla quantità di scarpe, cerca di batterlo in acqua!»

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