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Una notte con i pescatori del ‘Padre Pio II’

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A un profano del mare non capita spesso di vedere, a meno di un metro di distanza, un gigantesco stormo di gabbiani attratto dall’odore del pesce appena pescato, mentre sullo sfondo l’azzurro dell’acqua si fonde coi colori caldi dell’alba e le pinne dei delfini spuntano all’improvviso dalle onde. Sembra un quadro, o un paesaggio immaginario, e invece è lo scenario che si staglia quotidianamente davanti ai pescatori, una volta trascorsa un’intera nottata di lavoro. È forse uno dei pochi ‘privilegi’ che possono ancora vantare dopo le bastonate della crisi economica. Fare il pescatore nel 2016 comporta ormai più difficoltà che soddisfazioni. C’è sempre meno pesce e, quel poco che si riesce a catturare, è poco remunerativo. Ma ciò che spinge questi uomini di mare a imbarcarsi su un peschereccio, rimanendoci dalla sera alla mattina successiva, sono l’amore sconfinato che nutrono per il mare e la volontà di portare avanti il mestiere che le loro famiglie hanno tramandato per generazioni.

Per scoprire com’è la giornata, anzi, la nottata tipo dei pescatori li abbiamo seguiti a bordo del peschereccio ‘Padre Pio II’, che ogni sera attorno alle 21 leva gli ormeggi dalla darsena di Portoferraio per andare a catturare acciughe e sardine nel canale di Piombino. Sul barcone ci sono una quindicina di marinai, di diversa età e provenienza. Tra di loro c’è un senso di aggregazione fortissimo, indispensabile per trascorrere in armonia e allegria le lunghe ore di attesa prima di poter calare la rete. Saliamo a bordo e li troviamo attorno al tavolo con un mazzo di carte napoletane: i giri di briscola per ammazzare il tempo saranno tanti. Ma ciò che ci attrae è anche un invitante odore proveniente dal cucinino attiguo. Giacomo Barraco, il cuoco, sta preparando un’ottima pasta con le sarde per tutti. È l’unico dell’equipaggio ad avere due ruoli, in quanto, oltre a cucinare, è responsabile del battello di stazza, con cui si evita che la rete finisca sotto la barca.

Proseguendo il nostro giro, ci facciamo spiegare le varie fasi della pesca. Silverio Villone ci indica la lampara, un’altra barchetta con una fila di fari. «I pesci sono attratti da piccole fonti di luce isolate – ci dice il pescatore – e, per questo motivo, caliamo in mare la lampara per illuminare una piccola porzione di acqua. Lo scandagliamento dura diverse ore, tante quante servono a trovare la zona più prolifica e attendere che i pesci salgano verso la fonte luminosa». Poi ci mostra la ghiacciaia, dove il pescato verrà incanalato e conservato per rimanere fresco. «La ghiacciaia può contenere oltre 2mila casse di acciughe, ovvero quasi 30 tonnellate di prodotto ittico. Per conservarlo occorrono dai 40 ai 50 quintali di ghiaccio, che viene prodotto con un macchinario che mescola acqua dolce e marina».

Le ore scorrono lentamente e abbiamo, così, il tempo di ascoltare le storie degli altri pescatori e i problemi che denunciano. «I cambiamenti climatici hanno ridotto drasticamente la quantità di pesce in mare – si sfoga Giovanni Scardina, uno dei pochi rimasti a ricucire le reti da pesca – Una volta la stagione della pesca durava non più di sei mesi, mentre ora dobbiamo lavorare almeno dieci mesi all’anno per guadagnare anche meno della metà rispetto a prima». Gli fa eco Simone Cabras, 39enne di origini sarde: «Siamo costretti a pescare in una zona molto ristretta, perché da otto anni una legge ci impedisce di pescare nel mare attiguo alla Sardegna, mentre le imbarcazioni sarde hanno ugualmente il permesso di svolgere l’attività nella nostra zona. Il valore del nostro pesce azzurro, inoltre, si è dimezzato perché i commercianti lo acquistano anche dall’Adriatico».

L’attesa, prima di scaricare le reti in mare, prosegue, e i pescatori si concedono un paio d’ore di sonno. È il riposo dei guerrieri prima della battaglia, che comincia alle tre e mezza con lo squillo di tromba del comandante Domenico Vitiello. Nel giro di pochi istanti i nostri sono già armati di impermeabile e stivaloni per calare la rete, che quando viene risollevata con il pescato li inonda di acqua. L’operazione dura più di due ore, tali sono le dimensioni della rete. Il bottino, che a noi inesperti sembrava immenso, in realtà alla fine non è così lauto. «Oggi c’era la luna piena – fa notare Silverio – e per noi pescatori ciò rappresenta un ostacolo, in quanto illumina a giorno tutto il mare e i pesci non seguono la fonte di luce della lampara».

Sono le cinque passate, all’orizzonte le prime luci dell’alba. Si intravedono i gabbiani e i delfini che dipingono il meraviglioso quadro descritto in precedenza. Ma per i pescatori il lavoro non è finito. Il tempo di una veloce, ma abbondante colazione e via a sistemare il pesce nelle casse, eliminando quello non buono e suddividendo quello restante per tipologia e dimensioni. Il comandante, nel frattempo, prosegue la sua rotta verso Piombino, dove alle sei e venti si consegna puntualmente il prodotto ittico. Solo a quel punto l’equipaggio del ‘Padre Pio II’ può, finalmente, tirare i remi in barca. E mentre il peschereccio fa ritorno all’Elba, c’è di nuovo tempo per socializzare, tra un giro a carte e una sigaretta.

Quando si rimette piede a terra, i sorrisi nei volti dei nostri pescatori, nonostante la pesca non abbondante, nascondono ogni segno di affaticamento. «Ormai ci siamo abituati, ma la stanchezza comunque c’è», ammettono. E allora tutti a casa a riposare. Perché domani è un’altra notte.

La redazione ringrazia l’equipaggio del ‘Padre Pio II’ per averci ospitati per documentare il loro lavoro. In particolare, ringraziamo il comandante Domenico Vitiello e, in ordine alfabetico, i pescatori Giacomo Barraco, Simone Cabras, Gaspare Calagna, Giuseppe Cottone, Marcellino Mazzella, Paolo Napoli, Daniele Pirisi, Giuseppe Romano, Luca Romano, Giovanni Scardina, Silverio Villone e Marco Vitiello.

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