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«La scomparsa delle api significherebbe la fine del mondo», diceva Albert Einstein all’inizio del secolo scorso. Per quanto possa sembrare un’affermazione iperbolica, senza l’insetto che, sin dai tempi di Napoleone, simboleggia l’Elba, certamente non esisterebbe la straordinaria biodiversità patrimonio dell’isola e di tutto l’Arcipelago toscano. Per questo motivo, da tre anni, le api impollinatrici hanno un loro spazio all’interno dell’Orto dei semplici di Rio nell’Elba, in un complesso di una ventina di arnie di diverso colore e dimensioni, a seconda della funzione. L’idea dell’apiario è nata da Roberto Ballini, il custode dell’area ortiva che, oltre a mantenere le piante, alleva le api regine e addirittura interagisce con loro. «Mi piacerebbe che questo luogo diventi presto un apiario ‘didattico’ e che qualche giovane si interessi di questa attività», ci rivela Roberto, appassionato di api ormai da 40 anni.

Come è sbocciata in lei una passione così particolare?

Per puro caso, se si pensa che da giovane poco sapevo delle api nonostante assumessi parecchio miele quando, da ciclista di buon livello, correvo al Giro d’Italia. Dopo aver appeso la bici al chiodo, una volta vidi un’enorme sciame nella campagna livornese e mi meravigliai a tal punto da iniziare a incuriosirmi del comportamento delle api. La cosa che ancora oggi mi stupisce, a 40 anni da questo colpo di fulmine, è come in questo campo si possa fare ogni giorno delle nuove scoperte.

Qual è stata la più sorprendente che le sia capitata?

Dodici anni fa mi accorsi, anche in questo caso fortuitamente, che è possibile bloccare le api col suono della voce. Raccontai il fatto a una rivista specializzata e, non molto tempo dopo, ricevetti la visita di un fisico dell’Università di Pisa: insieme scoprimmo che le api rispondono al ‘comando’ su due differenti frequenze sonore. Penso di essere stato uno dei primi ad avere, in un certo senso, ‘parlato’ con le api.

Lei è un esperto nel riprodurre le api regine. Cosa differenzia una regina da un’ape comune?

Prima di tutto l’alimento di cui si nutre. Quando un’ape regina depone l’uovo, dopo tre giorni questo entra nello stadio larvale e ci rimane per cinque giorni. Se in questo lasso di tempo la larva viene alimentata con la pappa reale, anziché con miele e polline, nascerà un’ape regina.

Come si fa a riprodurre un’ape regina?  

Le regine vengono allevate in senso di orfanità. Significa che, se apro un’arnia e tolgo una madre, dopo un po’ le api percepiscono la sua mancanza e ne eleggeranno un’altra. Dall’arnia in cui faccio nascere le larve estraggo quelle del primo giorno dalla deposizione dell’uovo, che sono state alimentate con la pappa reale. Inserisco i giovani embrioni dentro alcune cellette, dove, al termine dello stadio larvale, lasciano l’alimento necessario a nutrire le future api regine. Queste vengono liberate dopo essere state alimentate per sette giorni; a quel punto ognuna può accoppiarsi in volo in un gruppo di 1518 fuchi. Una volta incamerato il seme, la regina rientra nell’alveare e depone l’uovo. E il ciclo si ripete.

Che carattere ha l’ape regina?

Raramente ha un carattere aggressivo, ma può capitare. Quando faccio riprodurre un’ape regina so chi è la madre ma non chi è il padre, proprio perché la fecondazione avviene all’interno di un gruppo di fuchi molto numeroso. Il carattere dipende anche dal padre, che alle volte può essere aggressivo.

Ci sono dei parassiti che mettono a rischio la vita delle api? 

Sì. Uno di questi è la varroa, un acaro distruttore diffuso sia in Italia che nel resto d’Europa. Nel medioevo si utilizzava una pianta repellente per tenere lontani i topi e mi sono reso conto che è efficace anche contro questo tipo di parassita. Da un paio di settimane ho iniziato il trattamento sui nostri alveari.

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