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Funebre indifferenza

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Driss Mechri è il pescatore tunisino 49enne ritrovato cadavere 4 metri sotto la chiglia della barca nella quale lavorava e viveva. Si sappia, però, che questo ‘essere umano’, da quasi 20 anni viveva all’Elba e risiedeva nel Comune di Portoferraio. L’uomo lascia due mogli e tre figli che vivono nel paese di origine, e ai quali inviava gran parte dello stipendio che percepiva lavorando nei pescherecci.

Quello che colpisce di questa tragedia è l’indifferenza generale, un pugno allo stomaco per la coscienza di ciascuno di noi. Nessuno escluso. Crediamo di far parte di un popolo civile e cattolico, invece l’indifferenza per la morte di quest’uomo ci rende barbari e più simili a dei ‘sepolcri imbiancati’. Perché? La vita di Driss, a quanto pare, vale meno di un cane da

Driss Mechri
Driss Mechri

appartamento, di un coniglio non italico di Pianosa, di un cinghiale che rovina i raccolti degli agricoltori elbani o di un topo che infesta l’Isola di Montecristo. Se la stessa sorte fosse capitata ad un italiano, le cose sarebbero andate diversamente. Invece Mechri era un nord africano extracomunitario, dunque chi se ne frega; la sua vita non ha alcun valore. Nessun messaggio di condoglianze è stato inviato dal sindaco e dalle altre istituzioni locali, al fratello Ali, residente da anni nell’isola e anche lui imbarcato in un peschereccio. Sarebbe bastato anche un semplice biglietto indirizzato alla comunità tunisina che vive in quest’isola. Persone perbene che pagano le tasse come gli italiani, ma che non godono degli stessi diritti. Cittadini di serie B sfruttati e posti ai margini della società.

E infatti, proprio qualche giorno fa, usciti da un supermercato abbiamo notato un ragazzo che rivolto verso un muro in cemento, in direzione della Mecca, pregava il suo Dio. Ci piacerebbe non assistere più a queste scene, perché tutti hanno diritto ad un luogo di culto per compiere e professare i riti della propria religione.

La comunità mussulmana all’Elba conta circa trecento persone: cento tunisini e il restante, di origine marocchina, algerina, e di altri Paesi africani. «Tempo fa abbiamo chiesto al sindaco di Portoferraio – ci racconta Mohamed, un ragazzo di 20 anni – di concederci un luogo dove poterci incontrare per pregare il nostro Dio, in particolare nel periodo del Ramadan. Questi assembramenti pacifici – prosegue il giovane – non sono visti di buon occhio dagli italiani perché secondo loro potrebbero incubare e far nascere delle cellule dell’Isis. Questo pregiudizio nei nostri confronti non ha alcun senso, perché siamo lavoratori onesti. Non abbiamo né voglia né tempo di combattere una guerra contro i fratelli cristiani. In fondo siamo tutti figli dello stesso Dio, e la nostra religione come quella cattolica, ci impone di rispettare il prossimo».

Questo è l’anno della ‘Misericordia’ indetto da Papa Francesco. La morte di Driss, ci serva per integrare questi esseri umani nella nostra comunità, concedendo loro uno spazio aggregativo. Intitolarlo a Driss, sarebbe un modo per onorare la sua memoria, ma anche per evitare che un giorno questa indifferenza nei loro confronti, si trasformi in armi nelle mani dell’Isis.

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