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Zolo: “La mia vita a vele spiegate”

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di Lorenzo Mattana

Quando si incontra Laura Zolo si capisce subito che si ha a che fare con una vera ‘donna di mare’. Diciotto anni da sola sulle acque di tutto il mondo forgiano il carattere, anche se dietro il suo essere ‘tutta d’un pezzo’, si nasconde un po’ di timidezza. «Mi raccomando tagliate, sono delle risposte così banali» dice con una risata un po’ imbarazzata. Eppure nelle sue parole c’è poco di scontato, soprattutto quando la memoria si lascia andare e riesce a ripescare ricordi e sensazioni. «E’ difficile fare delle scelte tra le mie tante esperienze – spiega con lo sguardo pensieroso – sono stati tanti i momenti belli che ho vissuto».

Classe ‘67, elbana di Portoferraio, la sua passione per la vela e il mare risale, neanche a dirlo, all’infanzia. «Non esistevano sale giochi o centri di intrattenimento e si andava tutti alla Lega Navale del Grigolo, con le barchette e con il mare – ricorda – e poi la mia famiglia ne possedeva una a vela». Con la maggiore età decide di lasciare le tiepide e tranquille acque del Mediterraneo, per veleggiare sui mari tropicali.

Nel 1989, mentre si trova nelle isole di Capo Verde, ritrova il relitto abbandonato del ‘7 Roses’ e se ne innamora. Decide di rimetterlo in sesto e i due anni successivi si dedica alla sua ricostruzione. Sarà con questa barca che nel 1996 porterà avanti una delle navigazioni a cui si sente più legata, il ‘Progetto Zeno’. Con questa impresa decide di ripercorrere le tracce dei fratelli veneziani Antonio e Niccolò Zeno, che avrebbero raggiunto ‘il nuovo mondo’ attraversando il nord dell’Atlantico un secolo prima di Cristoforo Colombo. «Quest’impresa rappresenta la navigazione più avvincente, più interessante e più pericolosa che ho fatto – racconta – perché mi ha portato ad attraversare zone artiche su rotte un po’ diverse da quelle solite».

In tanti anni ‘per mare’ è difficile trovare un ricordo che ha segnato più di altri la sua esperienza. «Però ho sempre nei miei occhi la prima visione di un iceberg, mentre mi avvicinavo alla Groenlandia – ricorda con trasporto – non è solo per l’immagine di queste perle posate sul mare, ma è proprio l’idea di essere arrivata a bordo della mia barchina in questi posti così remoti». In quasi vent’anni di barca a vela, viaggiando anche sugli oceani, sono due le compagne di viaggio con cui è inevitabile avere a che fare: la solitudine e la paura. «La cosa più difficile quando si naviga da soli è il non poter condividere i momenti belli con qualcuno – confessa la velista. Sicuramente ci sono stati diversi momenti in cui mi sono chiesta se avrei rivisto il giorno dopo – racconta – come quando ho navigato in zone artiche. In quelle situazioni in cui siamo in balia della forza della natura, mi sono resa conto quanto siamo piccoli».

Dopo due decenni di avventure sui mari, nel 2006 la nascita di un figlio la costringe a mettere da parte le sue imprese. Ma il mare è nel suo Dna e poco meno di un anno fa diventa presidentessa dello ‘Yacht Club di Portoferraio’. «Il primo bilancio è molto positivo, abbiamo organizzato soprattutto regate d’altura. Nel 2016 concluderemo il campionato invernale e sono previste altre regate – racconta soddisfatta – ma la cosa principale è riuscire a far avvicinare i giovani all’agonismo e trasmettere il piacere dell’andare per mare».

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