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di Pietro Gori

Credevate di esservi liberati di me? Invece no, il cavaliere errante dell’anarchia è tornato! Una resurrezione che conferma la profezia contenuta nelle pagine di “E’ tornato Pietro Gori”, scritto da Patrizia Piscitello e Sergio Rossi (Edizioni Elbareport 2008). Non è stato semplice abituarmi a quest’epoca che non mi appartiene più, essendo passato a miglior vita l’otto gennaio del 1911. Ho cercato disperatamente dell’assenzio nei circoli e nei salotti culturali dell’Elba, ma con mia amara sorpresa non ho trovato la bevanda tanto cara a noi “artisti maledetti”, e neppure i cenacoli dove un tempo si discettava se fosse meglio l’anarchia o il comunismo. Un vero peccato!

Nei bei tempi che furono, ricordo che i  borghesi Del Buono e Tonietti, investirono parte delle loro immense fortune ricavate dai profitti degli Alti Forni “Ilva” per erigere mausolei, ville e palazzi nei quali ospitare cenacoli culturali di altissimo livello, tanto da commissionare i lavori ad un architetto di grido come Adolfo Coppedè. Allora, visto che non ho trovato l’assenzio, non mi è rimasta altra alternativa di fumarmi una canna di Marijuana nei giardinetti in compagnia di una comitiva di liceali.

Tutto questo per spiegarvi che il titolo della storia che mi accingo a raccontarvi: “I tre moschettieri della Fondazione dell’Erba”, è un refuso non voluto, ma bensì causato dagli effetti del tetraidrocannabinolo.Ai primi del Novecento la parola “rivoluzione” era vista di cattivo occhio dai borghesi arricchiti dallo sfruttamento delle masse operaie. E questo termine rappresentava le lotte di questi movimenti, prima  anarchici, successivamente socialisti e poi comunisti. Iniziavano in suo nome le prime occupazioni delle fabbriche, in quanto gli operai cominciavano a prendere coscienza della loro forza e rivendicavano diritti; un salario migliore e condizioni lavorative meno usuranti. E anche in quest’Isola, se non ricordo male, si levò forte il grido della “Rivoluzione proletaria”.

Ecco perché, forte di questa viva memoria storica, sono sobbalzato dalla bara di legno quando ho appreso che nella terra dove ho passato gli ultimi anni della mia vita, le “Rivoluzioni” sono organizzate da tre ricchi imprenditori borghesi. Allora non sono io che mi sono fumato il cervello? Se ho ben capito i nuovi  padroni che hanno sostituito Pilade Del Buono e Giuseppe Ugo Tonietti, oggi utilizzano le parole e le istituzioni che un tempo appartenevano alla classe operaia, stravolgendone e distorcendone il significato per raggiungere i loro fini?

Nel mio girovagare per l’Isola mi sono imbattuto in uno strano manifesto che contiene una parola a me familiare: ‘Progetto Elba: rivoluzione in tre anni’. Penso, dopo essermi fatto un altro tiro di canna, che questo non sia un affatto un progetto ‘rivoluzionario’, ma bensì ‘reazionario’. I tre imprenditori utilizzano come strumento per raggiungere i loro fini la Fondazione Isola d’Elba Onlus, di cui sono soci fondatori promotori assieme ad un manipolo di imprenditori e colleghi locali. Stranamente tra di essi non figura nessun sindacalista, operaio o impiegato. Devo ammettere che sono confuso, eppure sono passati solo 100 anni dalla mia morte. Il mondo mi appare stravolto e le parole sembrano assumere un significato che non comprendo. Ma la “Rivoluzione” non doveva farla la classe operaia?

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